EUROFLAG TODAY

EUROFLAG TODAY

lunedì 6 febbraio 2012

Dietary and blood antioxidants in patients with chronic heart failure.

Dietary and blood antioxidants in patients with chronic heart failure. Insights into the potential importance of selenium in heart failure

Abstract

Background: Chronic heart failure (CHF) seems to be associated with increased oxidative stress. However, the hypothesis that antioxidant nutrients may contribute to the clinical severity of the disease has never been investigated.
Aims: To examine whether antioxidant nutrients influence the exercise capacity and left ventricular function in patients with CHF.
Methods: Dietary intake and blood levels of major antioxidant nutrients were evaluated in 21 consecutive CHF patients and in healthy age- and sex-matched controls. Two indexes of the severity of CHF, peak exercise oxygen consumption (peak VO2) and left ventricular ejection fraction (LVEF), were measured and their relations with antioxidants were analysed.
Results: Whereas plasma alpha-tocopherol and retinol were in the normal range, vitamin C (P=0.005) and beta-carotene (P=0.01) were lower in CHF. However, there was no significant association between vitamins and either peakVO2 or LVEF. Dietary intake (P<0.05) and blood levels of selenium (P<0.0005) were lower in CHF. Peak VO2 (but not LVEF) was strongly correlated with blood selenium: r=0.76 by univariate analysis (polynomial regression) and r=0.87 (P<0.0005) after adjustment for age, sex and LVEF.
Conclusions: Antioxidant defences are altered in patients with CHF. Selenium may play a role in the clinical severity of the disease, rather than in the degree of left ventricular dysfunction. Further studies are warranted to confirm the data in a large sample size and to investigate the mechanisms by which selenium and other antioxidant nutrients are involved in CHF.

Key words

Scompenso Cardiaco. Appunti su.

L'anno nello scompenso cardiaco
W. H. Wilson Tang, MD, Gary S. Francis, MD
J Am Coll Cardiol. 2010 55;688-696

ABSTRACT

Questo ( il 2009) è stato un anno straordinario per i progressi compiuti nell'ambito dello scompenso cardiaco, compresi gli aggiornamenti di diverse linee guida (1), il riconoscimento formale dell'esistenza dello scompenso cardiaco avanzato, del trapianto cardiaco come di una particolare branca specialistica da parte dell'American Board of Internal Medicine (2) e gli innovativi risultati ottenuti in diversi trial clinici. In questa revisione evidenzieremo alcuni dei principali sviluppi nel campo dello scompenso cardiaco ottenuti in quest'ultimo anno.

EPIDEMIOLOGIA
Recenti dati epidemiologici hanno posto l'attenzione sull'importanza di prevenire lo scompenso cardiaco attraverso le modificazioni dello stile di vita prima che tale patologia si manifesti clinicamente. Nello studio Health ABC (Health Aging, Body, and Composition) è stata riportata un'incidenza di 13,6 casi di scompenso cardiaco per 1.000 anni/persona nella popolazione anziana, con una maggiore incidenza negli individui di sesso maschile e di colore. È interessante notare come in questa coorte di pazienti, la mortalità e la riospedalizzazione per scompenso cardiaco erano in gran parte associate a fattori di rischio modificabili. Questa osservazione è confermata anche dai dati del Physicians' Health Study. In questo studio di 20.900 uomini sani di mezza età, coloro che avevano un normale peso corporeo, che non avevano mai fumato, che avevano svolto regolare attività fisica, che avevano fatto moderato consumo di alcool e assunto con regolarità cereali a colazione e frutta e vegetali presentavano un minor rischio di sviluppare scompenso cardiaco nell'arco della loro vita (3). L'impatto delle differenze di razza e sesso nello sviluppo e nella progressione dello scompenso cardiaco è stato valutato in diversi lavori. Nello studio Health ABC, sei degli otto fattori di rischio modificabili (fumo, elevata frequenza cardiaca, ipertrofia ventricolare sinistra, pressione arteriosa mal controllata e ridotto tasso di filtrazione glomerulare) avevano una maggiore prevalenza nei pazienti di razza nera rispetto a quelli di razza bianca (4), soprattutto tra la popolazione più giovane (5). È allarmante pensare che un individuo su 100 di razza nera e di età < 50 anni possa sviluppare scompenso cardiaco, avendo l'ipertensione e l'insufficienza renale come maggiori determinanti. Tuttavia, il maggiore determinante della prognosi nei pazienti ricoverati per scompenso cardiaco non era né la razza né il sesso, bensì l'età (6,7).

FISIOPATOLOGIA

Acido micro-ribonucleico (miRNA). Numerosi dati in letteratura hanno fornito l'evidenza che il miRNA possa essere coinvolto nella fisiopatologia dello scompenso cardiaco e dell'ipertrofia cardiaca (8,9). Gli acidi micro-ribonucleici (miRNAs) sono molecole di acido ribonucleico a singola elica, della lunghezza di 21-23 nucleotidi, che invece di essere traslati in prodotti proteici, servono a regolare l'espressione genica e lo scambio di informazioni mediante la modulazione del segnale da parte dei messaggeri ribonucleici (10). È stata osservata una differente espressione dei diversi miRNAs da parte del tessuto cardiaco normale e del tessuto cardiaco patologico (11) e modificazioni nell'espressione del miRNA sono state riscontrate anche dopo riduzione del sovraccarico ventricolare ottenuto mediante meccanismi di assistenza meccanica (12,13). Dal momento che ciascun miRNA può essere collegato a una serie di processi a valle, è evidente la potenzialità di manipolare tali segnali al fine di poter ottenere una remissione dei fenotipi patologici, come è stato dimostrato in alcuni studi preliminari (14). In ultima analisi, essi possono rappresentare potenziali bersagli terapeutici per ritardare o trattare il processo di rimodellamento e di fibrosi cardiaca.
Peptidi natriuretici modificati. Stanno inoltre emergendo diverse importanti osservazioni sugli adattamenti emodinamici che si verificano nello scompenso cardiaco, riguardanti in particolar modo il sistema dei peptidi natriuretici. Nei pazienti con scompenso cardiaco avanzato è stato identificato un meccanismo alternativo di splicing delle proteine che portano alla formazione del peptide natriuretico di tipo B. Questi peptidi hanno moderati effetti vasodilatatori, e hanno un'azione protettiva o maggiori effetti natriuretici a livello renale (15). È stato inoltre notato che un altro peptide natriuretico atriale modificato, riscontrato negli esseri umani, si associa a maggiori effetti diuretici, natriuretici e vasodilatatori rispetto al peptide non modificato (16). Con il progredire della malattia, i livelli dei peptidi natriuretici endogeni sembrano ridursi, in parte a causa della presenza di forme alternative degli stessi peptidi, molte delle quali hanno una ridotta bioattività. Attualmente si ritiene che ciò comporti una deficienza relativa dell'azione di tali sostanze (17). Queste osservazioni hanno notevolmente ampliato la nostra comprensione dell'importanza e della complessità del sistema dei peptidi natriuretici (sia in senso adattativo che maladattativo) e ci aspettiamo che tali conoscenze migliorino ulteriormente nel prossimo futuro.
Terapia con cellule staminali nello scompenso cardiaco. Recentemente l'interesse nell'ambito della terapia con cellule staminali ha riguardato le cellule staminali cardiache residenti che possono differenziarsi in molteplici tipi cellulari, compresi i miocardiociti (18). Una piccola proporzione di tali cellule esprime i marker di superficie cellulare Kit e Scal (19), e tali cellule sono in grado di generare cardiomiociti in vitro e in vivo. Un'altra popolazione residente esprime il fattore di trascrizione Isl1, che consente a tali cellule di differenziarsi in cellule endoteliali, endocardiche, muscolari lisce, cellule del sistema di conduzione, del ventricolo destro e in cellule della linea germinale atriale durante lo sviluppo embrionale del cuore (20). Attualmente le cellule staminali cardiache possono essere isolate ed espanse a partire dai campioni cellulari ottenuti mediante le biopsie endomiocardiche. Le cosiddette cellule staminali pluripotenti possono essere ottenute a partire da cellule staminali embrionali e possono rappresentare delle potenziali terapie rigenerative autologhe (21). Tali cellule richiedono la presenza di 3 o 4 fattori specifici di trascrizione (una sorta di cocktail di riprogrammazione) e in linea teorica sono in grado di generare tutte le tipologie cellulari. È emerso che i processi di isolamento, rilascio, sopravvivenza, proliferazione cellulare e integrazione elettromeccanica rappresentino ancora delle grandi sfide, ma diversi protocolli di ricerca nell'uomo sono attualmente in corso negli Stati Uniti. Nonostante i nostri passi avanti nella comprensione dei meccanismi biologici, i trial clinici hanno fornito sino ad ora dei risultati veramente modesti. Chiaramente bisogna lavorare ancora molto in questo ambito e a livello di laboratorio e a livello clinico.
Nuove conoscenze sulla fisiologia del sistema cardio-renale. Diversi gruppi di studio hanno dimostrato che la congestione del sistema venoso rappresenta un importante meccanismo coinvolto nella sindrome cardio-renale, sia nei pazienti stabili con scompenso cardiaco cronico (22), che nei pazienti con scompenso cardiaco avanzato ammessi in ospedale per una riacutizzazione dello scompenso (23). Il concetto del ruolo della congestione venosa è complementare a quella che è l'idea tradizionale del meccanismo di ipoperfusione arteriosa renale. L'aver scoperto che l'incremento dei valori pressori in atrio destro è responsabile almeno in parte del problema ha spinto a cercare in maniera interdisciplinare un modo per migliorare tale congestione. Attualmente sta emergendo l'importanza di un trattamento combinato farmacologico e mediante tecniche di rimozione dei fluidi extracorporei, in particolar modo quando diminuisce la risposta natriuretica alla terapia diuretica (24). Sono stati inoltre oggetto di interesse la funzione tubulare e la perfusione renale ed è stata rilevata una relazione inversa tra l'escrezione urinaria della porzione amino terminale dell'NT-proBNP e i livelli plasmatici dell'NT-proBNP, e una relazione diretta tra l'escrezione urinaria dell'NT-proBNP e il flusso plasmatico renale (indipendentemente dalla velocità di filtrazione glomerulare) (25). Nel frattempo, il concetto dell'ipoperfusione arteriosa renale non è stato dimenticato, e la somministrazione del peptide natriuretico mediante specifici cateteri ha comportato un miglioramento della filtrazione glomerulare e dell'escrezione urinaria di sodio (26). Dal momento che i determinanti dell'ipoperfusione arteriosa possono essere multifattoriali, è stata recentemente sperimentata una nuova tecnica di trattamento (27). Questa nuova procedura viene eseguita mediante una tecnica di ablazione selettiva tramite catetere del sistema simpatico renale nei pazienti con ipertensione severa e refrattaria, che consente di ottenere una riduzione significativa e persistente dei livelli pressori. Sarebbe interessante esplorare queste nuove tecniche nei pazienti con scompenso cardiaco avanzato non responsivi al trattamento diuretico a causa della vasocostrizione dell'arteria renale.

VALUTAZIONE DELLO SCOMPENSO CARDIACO
Dosaggio dei peptidi natriuretici. Una delle scoperte più importanti di questo anno è stata l'applicazione del dosaggio dei peptidi natriuretici alla guida della terapia medica dei pazienti con scompenso cardiaco. Lo studio TIME-CHF (Trial of Intensified versus Standard Medical Therapy in Elderly Patients with Congestive Heart Failure) ha randomizzato 499 soggetti di età > 60 anni a una terapia guidata dai livelli di NT-proBNP o a una terapia basata sui sintomi. I ricercatori non hanno trovato differenze significative in termini di sopravvivenza e di ricovero ospedaliero per tutte le cause tra i due gruppi, ma alcuni benefici sono stati riscontrati nel gruppo dei pazienti di età compresa tra i 60 e i 75 anni (28). In maniera simile, lo studio PRIMA (Effect of NT-proBNP Guided Treatment of Chronic Heart Failure) ha randomizzato 345 soggetti, tra 2.900 pazienti ospedalizzati con elevati livelli di NT-proBNP, ≥ 1.700 pg/ml, mediante un algoritmo che prevedeva un'immediata intensificazione del trattamento per lo scompenso cardiaco rispetto al trattamento standard, ogni volta che un paziente aveva un valore di NT-proBNP superiore al valore individualizzato di riferimento. Il braccio di trattamento guidato dai valori di NT-proBNP non ha mostrato delle differenze significative nei giorni di sopravvivenza dopo la dimissione dall'ospedale rispetto al gruppo trattato sulla base dei sintomi (29). Questi risultati sono in accordo con i risultati preliminari di diversi studi più piccoli condotti in singoli centri, e sottolineano la mancanza di dati a supporto dell'uso del dosaggio del peptide natriuretico atriale come guida per la strategia terapeutica. Nonostante ciò, questa strategia continua a suscitare ancora notevole interesse e diversi studi sull'argomento sono ancora in corso. Alcuni ricercatori hanno sollevato il problema di come utilizzare al meglio i livelli di peptidi natriuretici nei pazienti con scompenso cardiaco. In termini di misurazioni seriate, i dati preliminari dello studio PRIMA hanno dimostrato che almeno l'80% dei pazienti raggiunge i propri valori di riferimento entro un periodo di follow-up di 1 anno dalla dimissione dall'ospedale (29). Inoltre una prognosi migliore è stata osservata nel 58% di pazienti che mantenevano dei valori di NT-proBNP nell'ambito del loro range di riferimento in oltre il 75% delle visite rispetto a coloro che non mantenevano tali valori (29). Chiaramente, le modificazioni nei livelli di peptide natriuretico possono essere utili nel monitoraggio della prognosi a lungo termine, come mostrato da un'elegante analisi dello studio Val-HeFT (Valsartan in Heart Failure Trial) (30). Nella pratica clinica, sembra che i livelli di peptide natriuretico al di sopra di certi valori abbiano un minore valore incrementale, e che soltanto importanti riduzioni di tali livelli (riduzioni > 80%) possano avere un effetto favorevole sulla prognosi a lungo termine nei pazienti con scompenso cardiaco avanzato (31).
Nuovi biomarcatori. Sebbene si continuino a ricercare nuovi biomarcatori di utilità clinica, diversi biomarcatori circolanti metabolici e nutrizionali, che sono disponibili nella pratica clinica, sono stati associati alla prognosi a lungo termine nella sindrome dello scompenso cardiaco. Questi comprendono i livelli sierici di estradiolo (32) e testosterone (33), gli elevati livelli sierici di cobalamina (34), così come il deficit di vitamina D (35) e i livelli di lipoproteine a elevata densità (36), per riportarne alcuni. Bassi livelli di coenzima Q sono stati associati a una cattiva prognosi nello scompenso cardiaco (37). Inoltre, la presenza di albuminuria è stata identificata come un altro forte marcatore prognostico sfavorevole che potrebbe riflettere una sottostante patologia vascolare. In un sottostudio dello studio CHARM (Candesartan in Heart Failure: Assessment of Reduction in Mortality and Morbidity), in 2.310 pazienti con scompenso cardiaco è stato misurato il rapporto albumina-creatinina di base e durante il follow-up. I ricercatori hanno rilevato che il 30% aveva microalbuminuria e l'11% macroalbuminuria, indipendentemente dalla presenza di una funzione ventricolare conservata o depressa. La presenza di qualsiasi tipo di albuminuria era in grado di predire in maniera indipendente gli eventi cardiaci avversi (38). Attualmente si sta valutando il ruolo prognostico nello scompenso cardiaco di nuovi marcatori, come l'ST2 e la galectina 3 (39-41), e di biomarcatori in grado di predire lo sviluppo dello scompenso cardiaco. In una popolazione anziana del Framingham Heart Study, elevati livelli sierici di leptina erano associati con un aumentato rischio di sviluppare scompenso cardiaco, sebbene questi livelli avessero un limitato valore prognostico rispetto alle variabili cliniche (42). Viceversa, i livelli di resistina erano in grado di predire lo sviluppo dello scompenso cardiaco in diverse coorti di pazienti (43, 44). Anche la sindrome metabolica è stata considerata come un fattore di rischio per lo scompenso cardiaco (45). I livelli alterati di glicemia a digiuno non sembrano costituire un forte fattore di rischio per lo sviluppo dello scompenso cardiaco indipendente dal rischio conferito dal successivo sviluppo di diabete mellito (46). La mieloperossidasi (47), l'interleuchina 6 (48) e l'acido urico sono emersi come predittori di sviluppo dello scompenso cardiaco dall'analisi di ampi database epidemiologici. Queste osservazioni validano e in parte estendono il concetto che un aumentato stress ossidativo e infiammatorio possa contribuire allo sviluppo dello scompenso cardiaco indipendentemente dagli eventi coronarici.
Test genetici. Negli ultimi tempi, a cinquant'anni dalla prima descrizione clinica della cardiomiopatia ipertrofica, abbiamo assistito allo sviluppo di numerosi test genetici per l'individuazione di specifiche cardiomiopatie (50). Disponendo dei dati genetici, abbiamo iniziato a comprendere che differenti mutazioni sarcomeriche possono essere associate con differenti pattern di espressione fenotipica. In particolare, una maggiore distruzione dell'architettura dei miofilamenti deriva più da una mutazione frame-shift che da una mutazione missenso, il che potrebbe spiegare l'esistenza di diversi pattern di disfunzione diastolica associati a differenti mutazioni genetiche (51). Queste scoperte implicano che la conoscenza di specifiche mutazioni potrebbe permettere di predire uno specifico fenotipo e possibilmente avere anche delle implicazioni terapeutiche. Le linee guida per la valutazione genetica delle cardiomiopatie sono state pubblicate quest'anno (52). In generale, le linee guida hanno enfatizzato che esiste una forte evidenza in merito ai determinanti genetici della cardiomiopatia ipertrofica e della displasia aritmogena del ventricolo destro. Nell'ambito della cardiomiopatia dilatativa, dei disturbi aritmici e di conduzione possono esserci delle eziologie specifiche, come le mutazioni della lamina A/C, che sono associate a una prognosi sfavorevole (53). Per questo, in alcuni pazienti potrebbe essere giustificata l'indicazione a un trattamento precoce con dispositivi impiantabili (52). È importante ricordare che, sebbene l'identificazione di una specifica mutazione genetica possa essere utile nel determinare il successivo rischio di mutazioni negli altri membri della famiglia, l'assenza di una specifica mutazione nei test genetici non implica necessariamente che si tratti di un risultato veramente negativo, dal momento che la mutazione responsabile potrebbe anche non essere nota. In altre parole, la bassa sensibilità di questi test costituisce un ostacolo ancora in molte condizioni. Indipendentemente dal fenotipo, è fortemente raccomandata una consulenza genetica e familiare e dovrebbe essere raccolta un'attenta anamnesi familiare. Inoltre dovrebbero essere fornite le informazioni riguardanti la trasmissione della malattia e il rischio familiare (52). Le linee guida hanno anche sottolineato la necessità di una valutazione clinica, che deve comprendere l'anamnesi e l'esame obiettivo, l'ecocardiogramma, l'elettrocardiogramma, così come l'esecuzione di test specifici per alcune cardiomiopatia, a intervalli di tempo regolari.

TRATTAMENTO DELLO SCOMPENSO CARDIACO
Aggiornamenti delle linee guida. Quest'anno sono state pubblicate diverse linee guida cliniche da parte delle più importanti società di cardiologia, ma nella maggior parte dei casi esse comprendono dei perfezionamenti, piuttosto che delle importanti revisioni, delle linee guida preesistenti. Gli aggiornamenti delle linee guida europee e americane raccomandano un più frequente utilizzo del dosaggio del peptide natriuretico sulla base dei dati emergenti a favore di questa pratica clinica, anche se maggiore enfasi è stata data alla valutazione diagnostica dei pazienti in fase acuta. Sulla base dei dati del trial A-HeFT (African American Heart Failure Trial) le nuove raccomandazioni consigliano di aggiungere in terapia l'uso di un vasodilatatore, e nuovi studi osservazionali suggeriscono che l'aggiunta dell'idralazina all'isosorbide dinitrato possa comportare un beneficio incrementale negli americani di razza africana (54). Nelle nuove linee guida i criteri di inclusione per l'impianto dei defibrillatori sono state semplificate e di fatto ridotte alla sola frazione di eiezione ventricolare sinistra (FEVS) ≤ 35%. L'attenzione per il controllo del ritmo nei pazienti con scompenso cardiaco e fibrillazione atriale si è ridotta in seguito ai risultati del trial AF-CHF (Atrial Fibrillation in Congestive Heart Failure) (55). Nel frattempo, in mancanza di dati positivi, le raccomandazioni riguardanti le strategie terapeutiche per i pazienti con scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata sono rimaste sostanzialmente immodificate. La Società Americana di Ecocardiografia ha proposto alcune precisazioni riguardanti i criteri per la diagnosi e la valutazione della disfunzione diastolica (56). Le linee guida americane hanno affrontato il tema del trattamento appropriato dei pazienti ricoverati con scompenso cardiaco, che consiste in gran parte nell'opinione degli esperti sull'utilità dell'inizio e del mantenimento delle terapie farmacologiche basate sull'evidenza, se tollerate, durante le fasi di acuzie.
Terapia di resincronizzazione. La terapia di resincronizzazione cardiaca continua a costituire una importante strategia terapeutica per i pazienti con scompenso cardiaco avanzato. L'obiettivo principale della letteratura in questo ambito è stato la ricerca di possibili nuove indicazioni cliniche a questo trattamento. Riportiamo ora i risultati di due importanti studi pubblicati quest'anno su tale argomento. In primo luogo, il follow-up a 24 mesi della coorte europea del trial REVERSE (Resynchronization Reverses Remodeling in Systolic Left Ventricular Dysfunction) ha fornito l'importante dimostrazione di un rimodellamento inverso e di un miglioramento clinico, che facevano parte dell'obiettivo composito dello studio. L'uso della terapia di resincronizzazione determinava un effetto benefico nei pazienti con una FEVS ≤ 40% e una durata del QRS ≥ 120 ms con sintomi di grado moderato (classe funzionale NYHA I e II) (57). La probabilità di un rimodellamento inverso del ventricolo sinistro era maggiore in coloro che non avevano un'eziologia ischemica dello scompenso e in coloro che mostravano un significativo ritardo di conduzione o meccanico. Il trial recentemente pubblicato MADIT-CRT (Multicenter Automatic Defibrillator Implantation Trial with Cardiac Resynchronization Therapy) ha dimostrato un 34% di riduzione del rischio relativo di morte o di riacutizzazioni dello scompenso e un rimodellamento inverso con l'uso della terapia di resincronizzazione oltre che con l'impianto del defibrillatore rispetto all'impianto del solo defibrillatore in 1.820 pazienti con FEVS ≤ 30% e durata del QRS ≥ 130 ms (Figura 1). I benefici erano ampiamente dovuti alla riduzione delle riacutizzazioni, in particolare in coloro che avevano una durata del QRS ≥ 150 ms (58). Questi importanti risultati hanno fatto sì che la terapia di resincronizzazione venga considerata come una strategia standard per il trattamento dei pazienti con significativi ritardi di conduzione nell'ampio spettro possibile di stati funzionali dello scompenso cronico sistolico. Tuttavia, diversamente da quanto accade per la terapia farmacologica, la terapia di resincronizzazione è una strategia invasiva ed economicamente dispendiosa; pertanto, essa potrebbe essere soggetta a ulteriori valutazioni nonostante i già dimostrati benefici clinici e la dimostrata possibilità di determinare un rimodellamento inverso del ventricolo sinistro. Nei mesi a seguire, il dibattito riguarderà i pro e i contro derivanti dall'adottare i criteri di inclusione e di esclusione per l'impianto dei device biventricolari utilizzati nei trial sin qui discussi, rispetto a delle indicazioni più restrittive limitate esclusivamente ai pazienti con un'alta probabilità di risposta alla terapia resincronizzante (per esempio coloro che hanno un'ampia durata del QRS, in particolare quelli con un QRS ≥ 150 ms). Una delle maggiori limitazioni nei trial che hanno valutato la terapia resincronizzante è stata quella di ritenere che, una volta impiantato, il pacemaker biventricolare comportasse un beneficio indipendente dal contesto clinico e dalle modalità di funzionamento dell'apparecchio. L'ottimizzazione della terapia di resincronizzazione è stata ampiamente discussa e testata con tecniche di imaging sofisticate, ma una valutazione di semplici parametri, come la valutazione del corretto posizionamento dei cateteri, l'ottimizzazione della percentuale di stimolazione biventricolare, la diagnosi e il trattamento dell'aritmia sottostante, l'ottimizzazione del ritardo atrio-ventricolare, oltre al trattamento farmacologico appropriato dello scompenso, potrebbero consentire di ottenere un miglioramento in un sottogruppo di pazienti non responsivi alla terapia resincronizzante (59). La capacità delle tecniche di imaging di selezionare i candidati appropriati alla terapia di resincronizzazione e di predire i pazienti responsivi è un concetto interessante che però attualmente non ha ancora avuto una dimostrazione diretta (60).

 


Figura 1. Risultati principali del trial MADIT-CRT
Effetti della terapia di resincronizzazione nello scompenso cardiaco di grado moderato sulla probabilità di sopravvivenza (in alto) e sul rimodellamento inverso (in basso). Pubblicato con il permesso di Moss e coll. (58). CRT: terapia di resincronizzazione cardiaca; ICD: defibrillatore impiantabile; LVEDV: volume telediastolico del ventricolo sinistro; LVESV: volume telesistolico del ventricolo sinistro.
Esercizio fisico nello scompenso cardiaco. La semplice valutazione della resistenza all'esercizio continua a essere un utile strumento prognostico in questa popolazione di pazienti (61), e la mancanza di miglioramento dopo un programma di allenamento predice una cattiva prognosi (62). Tuttavia, i potenziali rischi e benefici di un esercizio fisico intenso sono ancora poco chiari. I pazienti arruolati nel trial HF-ACTION (Heart Failure: A Controlled Trial Investigating Outcomes of Exercise Training) hanno ricevuto delle raccomandazioni per eseguire un esercizio fisico regolare oppure sono stati inclusi in un programma organizzato di tre mesi di ginnastica sotto la guida di un supervisore (40 min, 5 volte a settimana) e successivamente a continuare a casa lo regolare svolgimento di attività aerobiche. Il trial HF-ACTION ha mostrato un effetto neutro del programma di esercizio fisico sugli endpoint combinati di mortalità e ospedalizzazioni per scompenso, ma questa attività si è tradotta in un miglioramento dello stato complessivo di salute in 2.331 soggetti con scompenso sistolico cronico (63,64). I ricercatori hanno analizzato ulteriormente i dati in base allo svolgimento o meno del regime di attività fisica raccomandato e hanno trovato una relazione dose-risposta tra il regolare esercizio aerobico e la prognosi dei pazienti (con un modesto miglioramento nell'endpoint primario comprendente tutte le cause di morte e di ospedalizzazione, hazard ratio: 0,95, intervallo di confidenza al 95%: 0,92-0,98, p = 0,003). Lo studio HF-ACTION fornisce importanti rassicurazioni per i pazienti e per i curanti riguardo alla possibilità di svolgere e di prescrivere una regolare attività fisica. Inoltre, esso fornisce una giustificazione scientifica per il rimborso della riabilitazione cardiaca per questa popolazione di pazienti e sottolinea l'importanza della dura battaglia necessaria per convincere i pazienti ad aderire a questa importante modificazione dello stile di vita.
Nuove scoperte per il trattamento della miocardite. Dopo un decennio di risultati abbastanza deludenti, la diagnosi e il trattamento della miocardite rimangono per lo più empirici. Dopo i progressi nel trattamento di altre malattie virali, la possibilità di ridurre la carica virale miocardica nei pazienti con la cosiddetta persistenza virale è considerata ancora un'ipotesi da dover verificare. Nel trial BICC (Beta-Interferon in Chronic Viral Cardiomyopathy), presentato durante il congresso del 2008 dell'American Heart Association, il trattamento con interferon beta è stato associato a un miglioramento dei sintomi e a una riduzione della carica virale degli adenovirus, enterovirus e/o parvovirus nei campioni di biopsie endomiocardiche di 143 pazienti, rispetto al trattamento con placebo. Tuttavia, non vi erano differenze o modificazioni nella struttura e nella funzione miocardica tra i due gruppi e la terapia con interferone ha dimostrato di essere sicura (65). Dal momento che è stato dimostrato che la persistenza virale è associata a una prognosi peggiore (66), i benefici della terapia antivirale sono ancora oggetto di valutazione, nonostante richiedano una valutazione invasiva e pertanto dei costi elevati. Nel frattempo, un nuovo studio randomizzato suggerisce che, nei pazienti senza evidenza di persistenza virale, la terapia immunosoppressiva potrebbe comportare dei benefici. Nel trial TIMIC (Tailored Immunosuppression in Inflammatory Cardiomyopathy), 85 soggetti con disfunzione cronica sistolica del ventricolo sinistro ed evidenza di infiammazione miocardica in fase attiva sono stati randomizzati a ricevere aziatoprina e prednisone o placebo. L'aggiunta della terapia immunosoppressiva si è associata a un maggior grado di rimodellamento inverso rispetto al placebo aggiunto per almeno 6 mesi alla terapia medica standard (67). Questi dati sono in linea con quelli positivi ottenuti con l'infusione della ciclosporina durante il trattamento percutaneo dell'infarto acuto del miocardio (68) e mostrano l'importanza della risposta immunitaria nella progressione della disfunzione miocardica.
Trattamento dello scompenso cardiaco con funzione sistolica preservata. Nell'attesissimo trial I-PRESERVE (Irbesartan in Heart Failure with Preserved Ejection Fraction) 4.128 pazienti di età < 60 anni sintomatici con scompenso cardiaco a funzione sistolica preservata (FEVS ≥ 45%) sono stati randomizzati a ricevere irbesartan o placebo. Questo ampio trial condotto in pazienti già in trattamento non ha dimostrato nessun beneficio incrementale dell'irbesartan relativamente agli endpoint di mortalità e ospedalizzazione per scompenso (69) (Figura 2). I deludenti risultati del trial I-PRESERVE hanno inoltre rafforzato il concetto che lo scompenso a funzione sistolica preservata è una condizione nettamente distinta dallo scompenso sistolico, anche se ciò non è ancora sufficientemente noto.

 


Figura 2. Risultati principali del trial I-PRESERVE
Obiettivo principale di morte per ogni causa o ospedalizzazione per cause cardiache pre-specificate (riacutizzazione dello scompenso cardiaco, infarto del miocardio, ictus, aritmie atriali o ventricolari, o infarto del miocardi o ictus che si verificano durante l’ospedalizzazione per una delle cause precedentemente citate). Pubblicato con il permesso di Massie e coll. (69).
Vasodilatatori polmonari e sistemici. L'espansione delle indicazioni per l'uso degli inibitori della fosfodiesterasi 5 anche nei pazienti moderatamente sintomatici con ipertensione polmonare sono state supportate da diversi studi che hanno mostrato un miglioramento della capacità funzionale e una riduzione delle resistenze vascolari polmonari. Nel frattempo, nei pazienti con ipertensione polmonare associata a scompenso del ventricolo sinistro, è stata osservata la presenza di un assorbimento trans-polmonare normale del peptide natriuretico e un minore rilascio del GMP ciclico. Queste osservazioni suggeriscono un deficit relativo dei mediatori della risposta vasodilatatoria nei pazienti con un aumento delle resistenze vascolari polmonari. Questi risultati inoltre supportano il potenziale beneficio degli inibitori della fosfodiesterasi 5 o dei più nuovi attivatori solubili della guanilato ciclasi (cinaciguat o BAY 58-2667) in combinazione con i donatori di ossido nitrico (70-72). Diversi studi clinici in corso stanno valutando i potenziali benefici terapeutici di questi agenti. Basandosi sulle potenzialità legate all'uso dei peptici vasodilatatori endogeni come potenziali agenti terapeutici, è attualmente in corso di valutazione la relaxina, un ormone della gravidanza prodotto per inibire le contrazioni uterine che facilita l'ammorbidimento e l'allungamento della cervice uterina e della sinfisi pubica durante il parto. In 234 soggetti con normali valori pressori, la somministrazione endovenosa di relaxina ha determinato un rapido e persistente miglioramento della dispnea e un andamento positivo in termini di riduzione del tasso di morti cardiovascolari e riospedalizzazioni per scompenso a 60 giorni (3-10% vs 17%, p = 0,06) e di morti cardiovascolari in un follow-up medio di 4,5 mesi (0-6% vs 14%, p = 0,04) (73). Ulteriori trial di sperimentazione clinica su questo e su altri vasodilatatori endogeni inizieranno tra breve.
Farmaci con azione protettiva a livello renale. Dal momento che il peggioramento della funzionalità renale rappresenta una delle maggiori comorbilità e uno dei maggiori impedimenti per un trattamento efficace dello scompenso cardiaco acuto, la ricerca di agenti con un'azione protettiva a livello renale continua. Quest'anno abbiamo assistito all'approvazione formale del tolvaptan, il primo farmaco somministrabile per os che antagonizza il sistema della vasopressina. Il suo ruolo nel preservare la funzione renale rimane ancora poco chiaro, anche se in certe condizioni il tolvaptan è in grado di migliorare l'iponatremia. Sembra che il tolvaptan generi acquaforesi senza significativi effetti emodinamici (74). Un'altra promettente classe di farmaci è quella degli antagonisti del recettore A1 dell'adenosina. I risultati preliminari dello studio PROTECT (Placebo-controlled Randomized Study of the Selective A1 Adenosine Receptor Antagonist Rolofylline for Patients Hospitalized with Acute Heart Failure and Volume Overload to Assess Treatment Effect on Congestion and Renal Function Trial) sugli effetti della somministrazione endovenosa della rolofillina sono stati presentati all'ultimo congresso della Società Europea di Cardiologia e non indicano differenze significative nei maggiori endpoint cardiaci e renali tra la rolofillina e il placebo, nonostante un miglioramento dei sintomi in 2.033 soggetti ospedalizzati per scompenso cardiaco (75). In particolare, la rolofillina non riduce l'incidenza di insufficienza renale rispetto al placebo (15% vs 13,7%), mentre ha mostrato una maggiore incidenza di ictus e convulsioni. In futuro lo sviluppo di questa classe di farmaci dovrà affrontare ancora grandi sfide.
Supporto inotropo farmacologico. Il supporto farmacologico per lo scompenso cardiaco in fase terminale (stadio D) rimane un problema ancora irrisolto. Ogni volta che un paziente diventa dipendente dal supporto inotropo, la prognosi è negativa e l' infusione cronica di farmaci inotropi (dobutamina o milrinone) non sembra modificare l'andamento clinico a lungo termine (76). La ricerca di un farmaco vasoattivo sicuro ed efficace continua, e la pubblicazione del trial ESSENTIAL (Studies of Oral Enoximone Therapy in Advanced Heart Failure) sottolinea i problemi che ci sono nello studio di una terapia farmacologica per questa popolazione di pazienti, dal momento che l'enoximone ha avuto un effetto neutro (77). Nel frattempo, nello studio HORIZON-HF (Hemodynamic, Echocardiographic, and Neurohormonal Effects of Istaroxime, a Novel Intravenous Inotropic and Lusitropic Agent: a Randomized Controlled Trial in Patients Hospitalized with Heart Failure), (78) è stato esaminato un altro approccio basato sull'uso di un farmaco chiamato istarossima che inibisce l'attività dell'adenosina trifosfatasi e stimola l'isoforma 2 dell'adenosina trifosfatasi del reticolo sarcoplasmatico. La somministrazione endovenosa dell'istarossima ha comportato un rapido miglioramento emodinamico con una corrispondente riduzione della frequenza cardiaca e un miglioramento degli indici ecocardiografici della funzione diastolica. Tuttavia, come per la maggior parte dei precedenti farmaci vasoattivi, la strada per la sua approvazione è ancora lunga e difficoltosa.
Trattamento chirurgico dello scompenso cardiaco in fase avanzata. La seconda parte del trial STICH (Surgical Treatment for Ischemic Heart Failure) è stata pubblicata quest'anno (79). Questo studio non ha dimostrato nessun beneficio della ricostruzione ventricolare chirurgica o della tecnica modificata secondo Dor nell'ambito dei pazienti sottoposti a intervento di bypass aorto-coronarico che presentano uno scompenso sistolico (FEVS < 35%) e una disfunzione antero-apicale. Ciò si verifica nonostante una notevole riduzione dei volumi sistolici indicizzati del ventricolo sinistro. Alcuni sostenitori dell'intervento chirurgico di ricostruzione ventricolare potrebbero affermare che vi sia stato un errore di selezione a sfavore di coloro che avrebbero potuto realmente beneficiare di questa procedura, mentre altri ritengono che l'alterata distensibilità diastolica dovuta alla riduzione del volume del ventricolo sinistro potrebbe contribuire al mancato beneficio di questo intervento. Nonostante tutto, questi risultati deludenti giustificano l'uso non routinario dell'intervento di ricostruzione ventricolare sinistra durante l'intervento di bypass aorto-coronarico.
Nuovi dispositivi. Diversi dispositivi che affrontano nuovi concetti di trattamento dello scompenso cardiaco sono stati testati in trial clinici multicentrici. Il trial MOMENTUM (Multicenter Trial of the Orqis Medical Cancion System for the Enhanced Treatment of Heart Failure Unresponsive to Medical Therapy), che è stato pubblicato quest'anno, ha riportato dei risultati sostanzialmente neutri con l'utilizzo di un nuovo dispositivo per il miglioramento della perfusione nel trattamento dello scompenso acuto di grado severo (80). Quest'anno sono stati presentati anche i risultati di uno studio multicentrico sulla sicurezza e l'efficacia di un altro dispositivo impiantabile che rilascia dei segnali elettrici durante il periodo di refrattarietà per migliorare la contrattilità cardiaca. Lo studio FIX-HF-5 (Evaluation of the Safety and Efficacy of the OPTIMIZER System With Active Fixation Leads in Subjects With Heart Failure Resulting From Systolic Dysfunction) ha randomizzato 428 pazienti con scompenso cardiaco avanzato (FEVS < 35% e QRS stretto) all'uso o meno di questo dispositivo in grado di modificare la contrattilità cardiaca (81), e ha trovato che tale dispositivo non era in grado di migliorare la soglia anaerobica, che rappresentava l'obiettivo di efficacia principale dello studio (82). Tuttavia i ricercatori hanno osservato in un gruppo di pazienti meno gravi (classe NYHA III, FEVS > 25%, n = 185) un miglioramento nei parametri di esercizio e nei punteggi sulla qualità della vita (82). Sebbene servano soltanto a generare delle ipotesi, questi risultati sono molto interessanti dal momento che forniscono alcune indicazioni sul fatto che questa modalità di trattamento richiede una certa riserva contrattile per poter ottenere dei miglioramenti della funzione contrattile. Ciò nonostante, bisogna sottolineare come i parametri di esercizio siano spesso degli obiettivi difficili da ottenere nei trial clinici per varie ragioni che non sono peraltro perfettamente note.
Dispositivi di assistenza meccanica e terapia di destinazione. L'approvazione del dispositivo Heart Mate II (Thoratec Corporation, Pleasanton, California) come dispositivo non pulsatile di nuova generazione di assistenza ventricolare ha paventato la necessità di fare dei progressi in questo ambito. Il follow-up a lungo termine dei pazienti trattati mediante Heart Mate II ha fornito dei dati rassicuranti sulla sua sicurezza a lungo termine (83). Tuttavia, è stato osservato un certo rischio di sanguinamenti gastrointestinali e intracranici. La natura non pulsatile di questo supporto circolatorio è stata anche associata allo sviluppo di forme di coagulopatia acquisite in alcuni pazienti (84). Stanno inoltre emergendo dei dispositivi di minori dimensioni, anche se essi sono ancora in una fase precoce di sviluppo in ambito clinico (85,86) e studi pilota in pazienti meno gravi sono in fase di progettazione. Le questioni riguardanti l'appropriata selezione dei pazienti, il rapporto costi-efficacia, il trattamento perioperatorio e il tipo di trattamento dopo la rimozione del dispositivo continueranno ancora a porre importanti problematiche che sono già in corso di valutazione (87,88).
Gestione della malattia. L'aumento dei tassi di riospedalizzazione per scompenso cardiaco che emerge dai rapporti di sanità pubblica è considerato come uno degli indicatori della qualità delle cure e della competenza dei diversi centri (89). È emersa l'ipotesi che molte delle riospedalizzazioni sono prevenibili, e l'American College of Cardiology ha lanciato un'iniziativa che prevede di ridurre il tasso di riospedalizzazioni del 20% entro il 2012 (Campagna dall'ospedale a casa). In molti casi, i tassi di riospedalizzazione possono essere ridotti grazie all'utilizzo di nuovi farmaci e dei dispositivi impiantabili. I modelli in grado di predire le riospedalizzazioni sono generalmente inadeguati dato che spesso essi non tengono conto di molti fattori ambientali e sociali, e non sono sempre in grado di caratterizzare in maniera precisa la severità della malattia e le sottostanti comorbilità (90). Si discute molto su come prevenire le riospedalizzazioni e sugli strumenti appropriati per ottenere ciò. Pertanto, ci manca ancora un sistema per capire perché le riospedalizzazioni si verificano nei singoli pazienti, che potrebbe essere un prerequisito indispensabile per poter ottenere dei miglioramenti in questo campo. Il monitoraggio a lungo termine rimane un'ipotesi affascinante, ma richiede un notevole dispendio di risorse. I dati derivati dai dispositivi invasivi come l'impedenza intratoracica forniscono delle informazioni importanti sulla stabilità clinica o meno dei singoli pazienti (91-93) anche nel contesto dello scompenso diastolico (94). Tuttavia, come accade per tutti gli strumenti diagnostici, gli studi per valutarne l'efficacia sono di difficile progettazione e la corretta interpretazione delle modificazioni dei segnali di impedenza rimane una sfida difficile nella pratica clinica.

CONCLUSIONI

Come si è potuto evincere da questa revisione, l'ultimo anno ha visto compiere progressi entusiasmanti nell'ambito dello scompenso cardiaco. Anche se il trattamento farmacologico e meccanico di base è rimasto in gran parte invariato, le conoscenze acquisite quest'anno grazie alle numerose pubblicazioni saranno molto probabilmente oggetto di future ricerche. Come abbiamo sottolineato, è verosimile che esse si focalizzino soprattutto sulla popolazione in rapida crescita dei pazienti con scompenso cardiaco in fase avanzata, che maggiormente potrebbero beneficiarsi di trattamenti invasivi quali la terapia di resincronizzazione e l'intervento di plastica del ventricolo sinistro, e delle strategie per l'ottimizzazione di queste procedure. Dati i costi sanitari di tali trattamenti, l'appropriatezza di questi interventi terapeutici sarà oggetto di studio e di regolamentazione, e molto probabilmente verranno stabiliti dei parametri funzionali indipendentemente dall'evidenza diretta della loro efficacia. Detto questo, bisogna ricordare che molti approcci diagnostici e terapeutici sono in corso di sviluppo e speriamo di vedere nel prossimo futuro degli importanti sviluppi nella prevenzione dell'insorgenza e della progressione dello scompenso cardiaco.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

1. Hunt SA, Abraham WT, Chin MH, et al. 2009 focused update incorporated into the ACC/AHA 2005 guidelines for the diagnosis and management of heart failure in adults: a report of the American College of Cardiology Foundation/American Heart Association Task Force on Practice Guidelines. J Am Coll Cardiol 2009;53:e1-90.
2. Konstam MA, Jessup M, Francis GS, Mann DL, Greenberg B. Advanced heart failure and transplant cardiology: a subspecialty is born. J Am Coll Cardiol 2009;53:834-6.
3. Djousse L, Driver JA, Gaziano JM. Relation between modifiable lifestyle factors and lifetime risk of heart failure. JAMA 2009;302: 394-400.
4. Kalogeropoulos A, Georgiopoulou V, Kritchevsky SB, et al. Epidemiology of incident heart failure in a contemporary elderly cohort: the health, aging, and body composition study. Arch Intern Med 2009; 169:708 -15.
5. Bibbins-Domingo K, Pletcher MJ, Lin F, et al. Racial differences in incident heart failure among young adults. N Engl J Med 2009;360: 1179-90.
6. Fonarow GC, Abraham WT, Albert NM, et al. Age- and genderrelated differences in quality of care and outcomes of patients hospitalized with heart failure (from OPTIMIZE-HF). Am J Cardiol 2009;104:107-15.
7. Yancy CW, Abraham WT, Albert NM, et al. Quality of care of and outcomes for African Americans hospitalized with heart failure: findings from the OPTIMIZE-HF (Organized Program to Initiate Lifesaving Treatment in Hospitalized Patients With Heart Failure) registry. J Am Coll Cardiol 2008;51:1675- 84.
8. Rao PK, Toyama Y, Chiang HR, et al. Loss of cardiac microRNAmediated regulation leads to dilated cardiomyopathy and heart failure. Circ Res 2009;105:585-94.
9. Sucharov C, Bristow MR, Port JD. miRNA expression in the failing human heart: functional correlates. J Mol Cell Cardiol 2008;45:185-92. 10. Mann DL. MicroRNAs and the failing heart. N Engl J Med 2007;356:2644 -5.
11. Naga Prasad SV, Duan ZH, Gupta MK ,et al. A unique microRNA profile in end-stage heart failure indicates alterations in specific cardiovascular signaling networks. J Biol Chem 2009;284:27487-99.
12. Matkovich SJ, Van Booven DJ, Youker KA, et al. Reciprocal regulation of myocardial microRNAs and messenger RNA in human cardiomyopathy and reversal of the microRNA signature by biomechanical support. Circulation 2009;119:1263-71.
13. Schipper ME, van Kuik J, de Jonge N, Dullens HF, de Weger RA. Changes in regulatory microRNA expression in myocardium of heart failure patients on left ventricular assist device support. J Heart Lung Transplant 2008;27:1282-5.
14. Suckau L, Fechner H, Chemaly E, et al. Long-term cardiac-targeted RNA interference for the treatment of heart failure restores cardiac function and reduces pathological hypertrophy. Circulation 2009;119: 1241-52.
15. Pan S, Chen HH, Dickey DM, et al. Biodesign of a renal-protective peptide based on alternative splicing of B-type natriuretic peptide. Proc Natl Acad Sci U S A 2009;106:11282-7.
16. McKie PM, Cataliotti A, Huntley BK, Martin FL, Olson TM, Burnett JC Jr. A human atrial natriuretic peptide gene mutation reveals a novel peptide with enhanced blood pressure-lowering, renalenhancing, and aldosterone-suppressing actions. J Am Coll Cardiol 2009;54:1024 -32.
17. Niederkofler EE, Kiernan UA, O'Rear J, et al. Detection of Endogenous B-type natriuretic peptide at very low concentrations in patients with heart failure. Circ Heart Fail 2008;1:258-64.
18. Segers VF, Lee RT. Stem-cell therapy for cardiac disease. Nature 2008;451:937- 42.
19. Mouquet F, Pfister O, Jain M, et al. Restoration of cardiac progenitor cells after myocardial infarction by self-proliferation and selective homing of bone marrow-derived stem cells. Circ Res 2005;97:1090 -2.
20. Moretti A, Caron L, Nakano A, et al. Multipotent embryonic isl1_ progenitor cells lead to cardiac, smooth muscle, and endothelial cell diversification. Cell 2006;127:1151- 65.
21. Tulloch NL, Pabon L, Murry CE. Get with the (re)program: cardiovascular potential of skin-derived induced pluripotent stem cells. Circulation 2008;118:472-5.
22. Damman K, van Deursen VM, Navis G, Voors AA, van Veldhuisen DJ, Hillege HL. Increased central venous pressure is associated with impaired renal function and mortality in a broad spectrum of patients with cardiovascular disease. J Am Coll Cardiol 2009;53:582- 8.
23. Mullens W, Abrahams Z, Francis GS, et al. Importance of venous congestion for worsening of renal function in advanced decompensated heart failure. J Am Coll Cardiol 2009;53:589 -96.
24. Ali SS, Olinger CC, Sobotka PA, et al. Loop diuretics can cause clinical natriuretic failure: a prescription for volume expansion. Congest Heart Fail 2009;15:1- 4.
25. Linssen GC, Damman K, Hillege HL, Navis G, van Veldhuisen DJ, Voors AA. Urinary N-terminal prohormone brain natriuretic peptide excretion in patients with chronic heart failure. Circulation 2009;120: 35-41.
26. Chen HH, Cataliotti A, Schirger JA, Martin FL, Harstad LK, Burnett JC Jr. Local renal delivery of a natriuretic peptide a renalenhancing strategy for B-type natriuretic peptide in overt experimental heart failure. J Am Coll Cardiol 2009;53:1302- 8.
27. Krum H, Schlaich M, Whitbourn R, et al. Catheter-based renal sympathetic denervation for resistant hypertension: a multicentre safety and proof-of-principle cohort study. Lancet 2009;373:1275- 81.
28. Pfisterer M, Buser P, Rickli H, et al. BNP-guided vs symptom-guided heart failure therapy: the Trial of Intensified vs Standard Medical Therapy in Elderly Patients With Congestive Heart Failure (TIMECHF) randomized trial. JAMA 2009;301:383-92.
29. Eurlings L, Pinto Y. NT-proBNP guided management of chronic heart failure based on an individual target value: the PRIMA study. Paper presented at: Late Breaking Clinical Trial, American College of Cardiology Scientific Sessions; March 29, 2009; Orlando, FL.
30. Masson S, Latini R, Anand IS, et al. Prognostic value of changes in N-terminal pro-brain natriuretic peptide in Val-HeFT (Valsartan Heart Failure Trial). J Am Coll Cardiol 2008;52:997-1003.
31. Miller WL, Hartman KA, Grill DE, Burnett JC Jr., Jaffe AS. Only large reductions in concentrations of natriuretic peptides (BNP and NT-proBNP) are associated with improved outcome in ambulatory patients with chronic heart failure. Clin Chem 2009;55:78-84.
32. Jankowska EA, Rozentryt P, Ponikowska B, et al. Circulating estradiol and mortality in men with systolic chronic heart failure. JAMA 2009;301:1892-901.
33. Caminiti G, Volterrani M, Iellamo F, et al. Effect of long-acting testosterone treatment on functional exercise capacity, skeletal muscle performance, insulin resistance, and baroreflex sensitivity in elderly patients with chronic heart failure a double-blind, placebo-controlled, randomized study. J Am Coll Cardiol 2009;54:919 -27.
34. Zafarullah H, Shahbaz AU, Alturkmani R, et al. Elevated serum cobalamin in patients with decompensated biventricular failure. Am J Med Sci 2008;336:383- 8.
35. Pilz S, Marz W, Wellnitz B, et al. Association of vitamin D deficiency with heart failure and sudden cardiac death in a large cross-sectional study of patients referred for coronary angiography. J Clin Endocrinol Metab 2008;93:3927-35.
36. Mehra MR, Uber PA, Lavie CJ, Milani RV, Park MH, Ventura HO. High-density lipoprotein cholesterol levels and prognosis in advanced heart failure. J Heart Lung Transplant 2009;28:876-80.
37. Molyneux SL, Florkowski CM, George PM, et al. Coenzyme Q10: an independent predictor of mortality in chronic heart failure. J Am Coll Cardiol 2008;52:1435- 41.
38. Jackson CE, Solomon SD, Gerstein HC, et al. Albuminuria in chronic heart failure: prevalence and prognostic importance. Lancet 2009;374: 543-50.
39. Rehman SU, Mueller T, Januzzi JL Jr. Characteristics of the novel interleukin family biomarker ST2 in patients with acute heart failure. J Am Coll Cardiol 2008;52:1458-65.
40. Boisot S, Beede J, Isakson S, et al. Serial sampling of ST2 predicts 90-day mortality following destabilized heart failure. J Card Fail 2008;14:732- 8.
41. de Boer RA, Voors AA, Muntendam P, van Gilst WH, van Veldhuisen DJ. Galectin-3: a novel mediator of heart failure development and progression. Eur J Heart Fail 2009;11:811-7.
42. Lieb W, Sullivan LM, Harris TB, et al. Plasma leptin levels and incidence of heart failure, cardiovascular disease, and total mortality in elderly individuals. Diabetes Care 2009;32:612- 6.
43. Butler J, Kalogeropoulos A, Georgiopoulou V, et al. Serum resistin concentrations and risk of new onset heart failure in older persons: the health, aging, and body composition (Health ABC) study. Arterioscler Thromb Vasc Biol 2009;29:1144 -9.
44. Frankel DS, Vasan RS, D'Agostino RB Sr., et al. Resistin, adiponectin, and risk of heart failure the Framingham offspring study. J Am Coll Cardiol 2009;53:754-62.
45. Suzuki T, Katz R, Jenny NW, et al. Metabolic syndrome, inflammation, and incident heart failure in the elderly: the Cardiovascular Health Study. Circ Heart Fail 2008;1:242- 8.
46. Nichols GA, Koro CE, Kolatkar NS. The incidence of heart failure among nondiabetic patients with and without impaired fasting glucose. J Diabetes Complications 2009;23:224-8.
47. Tang WH, Katz R, Brennan ML, et al. Usefulness of myeloperoxidase
levels in healthy elderly subjects to predict risk of developing heart failure. Am J Cardiol 2009;103:1269 -74.
48. Bahrami H, Bluemke DA, Kronmal R, et al. Novel metabolic risk factors for incident heart failure and their relationship with obesity: the MESA (Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis) study. J Am Coll Cardiol 2008;51:1775- 83.
49. Holme I, Aastveit AH, Hammar N, Jungner I, Walldius G. Uric acid and risk of myocardial infarction, stroke and congestive heart failure in 417,734 men and women in the Apolipoprotein MOrtality RISk study (AMORIS). J Intern Med 2009;266:558 -70.
50. Maron BJ, Maron MS, Wigle ED, Braunwald E. The 50-year history, controversy, and clinical implications of left ventricular outflow tract obstruction in hypertrophic cardiomyopathy: from idiopathic hypertrophic subaortic stenosis to hypertrophic cardiomyopathy. J Am Coll Cardiol 2009;54:191-200.
51. Theis JL, Bos M, Theis JD, et al. Expression patterns of cardiac myofilament proteins: genomic and protein analysis of surgical myectomy tissue from patients with obstructive hypertrophic cardiomyopathy. Circ Heart Fail 2009;2:325-33.
52. Hershberger RE, Lindenfeld J, Mestroni L, Seidman CE, Taylor MR, Towbin JA. Genetic evaluation of cardiomyopathy-a Heart Failure Society of America practice guideline. J Card Fail 2009;15:83-97.
53. Pasotti M, Klersy C, Pilotto A, et al. Long-term outcome and risk stratification in dilated cardiolaminopathies. J Am Coll Cardiol 2008; 52:1250-60.
54. Mullens W, Abrahams Z, Francis GS, et al. Usefulness of isosorbide dinitrate and hydralazine as add-on therapy in patients discharged for advanced decompensated heart failure. Am J Cardiol 2009;103: 1113-9.
55. Roy D, Talajic M, Nattel S, et al. Rhythm control versus rate control for atrial fibrillation and heart failure. N Engl J Med 2008;358:2667-77.
56. Nagueh SF, Appleton CP, Gillebert TC, et al. Recommendations for the evaluation of left ventricular diastolic function by echocardiography. Eur J Echocardiogr 2009;10:165-93.
57. Linde C, Abraham WT, Gold MR, St. John Sutton M, Ghio S, Daubert C. Randomized trial of cardiac resynchronization in mildly symptomatic heart failure patients and in asymptomatic patients with left ventricular dysfunction and previous heart failure symptoms. J Am Coll Cardiol 2008;52:1834-43.
58. Moss AJ, Hall WJ, Cannom DS, et al. Cardiac-resynchronization therapy for the prevention of heart failure events. N Engl J Med 2009;361:1329 -38.
59. Mullens W, Grimm RA, Verga T, et al. Insights from a cardiac resynchronization optimization clinic as part of a heart failure disease management program. J Am Coll Cardiol 2009;53:765-73.
60. Hawkins NM, Petrie MC, Burgess MI, McMurray JJ. Selecting patients for cardiac resynchronization therapy: the fallacy of echocardiographic dyssynchrony. J Am Coll Cardiol 2009;53:1944 -59.
61. Hsich E, Gorodeski EZ, Starling RC, Blackstone EH, Ishwaran H, Lauer MS. Importance of treadmill exercise time as an initial prognostic screening tool in patients with systolic left ventricular dysfunction. Circulation 2009;119:3189 -97.
62. Tabet JY, Meurin P, Beauvais F, et al. Absence of exercise capacity improvement after exercise training program: a strong prognostic factor in patients with chronic heart failure. Circ Heart Fail 2008;1: 220-6.
63. O'Connor CM, Whellan DJ, Lee KL, et al. Efficacy and safety of exercise training in patients with chronic heart failure: HF-ACTION randomized controlled trial. JAMA 2009;301:1439 -50.
64. Flynn KE, Pina IL, Whellan DJ, et al. Effects of exercise training on health status in patients with chronic heart failure: HF-ACTION randomized controlled trial. JAMA 2009;301:1451-9.
65. Schultheiss HP. Interferon beta-1b in patients with chronic viral cardiomyopathy. Paper presented at: Late-Breaking Clinical Trials, 2008 American Heart Association Scientific Sessions; November 11, 2008; New Orleans, LA.
66. Kuethe F, Sigusch HH, Hilbig K, et al. Detection of viral genome in the myocardium: lack of prognostic and functional relevance in patients with acute dilated cardiomyopathy. Am Heart J 2007;153: 850-8.
67. Frustaci A, Russo MA, Chimenti C. Randomized study on the efficacy of immunosuppressive therapy in patients with virus-negative inflammatory cardiomyopathy: the TIMIC study. Eur Heart J 2009;30: 1995-2002.
68. Piot C, Croisille P, Staat P, et al. Effect of cyclosporine on reperfusion injury in acute myocardial infarction. N Engl J Med 2008;359:473- 81.
69. Massie BM, Carson PE, McMurray JJ, et al. Irbesartan in patients with heart failure and preserved ejection fraction. N Engl J Med 2008;359:2456-67.
70. Melenovsky V, Al-Hiti H, Kazdova L, et al. Transpulmonary B-type natriuretic peptide uptake and cyclic guanosine monophosphate release in heart failure and pulmonary hypertension: the effects of sildenafil. J Am Coll Cardiol 2009;54:595- 600.
71. Stehlik J, Movsesian MA. Combined use of PDE5 inhibitors and nitrates in the treatment of pulmonary arterial hypertension in patients with heart failure. J Card Fail 2009;15:31- 4.
72. Lapp H, Mitrovic V, Franz N, et al. Cinaciguat (BAY 58-2667) improves cardiopulmonary hemodynamics in patients with acute decompensated heart failure. Circulation 2009;119:2781- 8.
73. Teerlink JR, Metra M, Felker GM, et al. Relaxin for the treatment of patients with acute heart failure (Pre-RELAX-AHF): a multicentre, randomised, placebo-controlled, parallel-group, dose-finding phase IIb study. Lancet 2009;373:1429 -39.
74. Udelson JE, Orlandi C, Ouyang J, et al. Acute hemodynamic effects of tolvaptan, a vasopressin V2 receptor blocker, in patients with symptomatic heart failure and systolic dysfunction: an international, multicenter, randomized, placebo-controlled trial. J Am Coll Cardiol 2008;52:1540 -5.
75. Metra M. Effects of rolofylline in patients with acute heart failure syndrome and renal impairment: findings from the PROTECT study. Paper presented at: Late-Breaking Clinical Trial in Hot Line III Session, European Society of Cardiology Congress 2009; September 1, 2009; Barcelona, Spain.
76. Gorodeski EZ, Chu EC, Reese JR, Shishehbor MH, Hsich E, Starling RC. Prognosis on chronic dobutamine or milrinone infusions for stage D heart failure. Circ Heart Fail 2009;2:320-4.
77. Metra M, Eichhorn E, Abraham WT, et al. Effects of low-dose oral enoximone administration on mortality, morbidity, and exercise capacity in patients with advanced heart failure: the randomized, double-blind, placebo-controlled, parallel group ESSENTIAL trials. Eur Heart J 2009;30:3015-26.
78. Gheorghiade M, Blair JE, Filippatos GS, et al. Hemodynamic, echocardiographic, and neurohormonal effects of istaroxime, a novel intravenous inotropic and lusitropic agent: a randomized controlled trial in patients hospitalized with heart failure. J Am Coll Cardiol 2008;51:2276-85.
79. Jones RH, Velazquez EJ, Michler RE, et al. Coronary bypass surgery with or without surgical ventricular reconstruction. N Engl J Med 2009;360:1705-17.
80. Greenberg B, Czerska B, Delgado RM, et al. Effects of continuous aortic flow augmentation in patients with exacerbation of heart failure inadequately responsive to medical therapy: results of the Multicenter Trial of the Orqis Medical Cancion System for the Enhanced Treatment of Heart Failure Unresponsive to Medical Therapy (MOMENTUM). Circulation 2008;118:1241-9.
81. Abraham WT, Burkhoff D, Nademanee K, et al. A randomized controlled trial to evaluate the safety and efficacy of cardiac contractility modulation in patients with systolic heart failure: rationale, design, and baseline patient characteristics. Am Heart J 2008;156:641- 8.e1.
82. Abraham WT. Multicenter randomized controlled trial of cardiac contractility modulation in patients with advanced heart failure. FIX-HF-5 Trial. Paper presented at: Late Breaking Clinical Trials I, Congestive Heart Failure, American College of Cardiology 2009 Scientific Sessions; March 29, 2009; Orlando, FL.
83. Pagani FD, Miller LW, Russell SD, et al. Extended mechanical circulatory support with a continuous-flow rotary left ventricular assist device. J Am Coll Cardiol 2009;54:312-21.
84. Klovaite J, Gustafsson F, Mortensen SA, Sander K, Nielsen LB. Severely impaired von Willebrand factor-dependent platelet aggregation in patients with a continuous-flow left ventricular assist device (HeartMate II). J Am Coll Cardiol 2009;53:2162-7.
85. Meyns B, Klotz S, Simon A, et al. Proof of concept: hemodynamic response to long-term partial ventricular support with the synergy pocket micro-pump. J Am Coll Cardiol 2009;54:79-86.
86. Esmore D, Kaye D, Spratt P, et al. A prospective, multicenter trial of the VentrAssist left ventricular assist device for bridge to transplant: safety and efficacy. J Heart Lung Transplant 2008;27:579-88.
87. Hernandez AF, Shea AM, Milano CA, et al. Long-term outcomes and costs of ventricular assist devices among Medicare beneficiaries. JAMA 2008;300:2398-406.
88. Kirklin JK, Naftel DC, Stevenson LW, et al. INTERMACS database for durable devices for circulatory support: first annual report. J Heart Lung Transplant 2008;27:1065-72.
89. Aranda JM Jr., Johnson JW, Conti JB. Current trends in heart failure readmission rates: analysis of Medicare data. Clin Cardiol 2009;32: 47-52.
90. Ross JS, Mulvey GK, Stauffer B, et al. Statistical models and patient predictors of readmission for heart failure: a systematic review. Arch Intern Med 2008;168:1371- 86.
91. Small RS, Wickemeyer W, Germany R, et al. Changes in intrathoracic impedance are associated with subsequent risk of hospitalizations for acute decompensated heart failure: clinical utility of implanted device monitoring without a patient alert. J Card Fail 2009;15:475- 81.
92. Catanzariti D, Lunati M, Landolina M, et al. Monitoring intrathoracic impedance with an implantable defibrillator reduces hospitalizations in patients with heart failure. Pacing Clin Electrophysiol 2009; 32:363-70.
93. Perego GB, Landolina M, Vergara G, et al. Implantable CRT device diagnostics identify patients with increased risk for heart failure hospitalization. J Interv Card Electrophysiol 2008;23:235- 42.
94. Zile MR, Bourge RC, Bennett TD, et al. Application of implantable hemodynamic monitoring in the management of patients with diastolic heart failure: a subgroup analysis of the COMPASS-HF trial. J Card Fail 2008;14:816 -23.

E dopo l’anno dell’ipertensione, ecco quello dello Scompenso Cardiaco!
Questa scelta editoriale del JACC , io la trovo veramente carina ed utile: una buona occasione per un aggiornamento monotematico perseguibile in pochi minuti ( ho facilitato la lettura con il grassetto di quello che mi pare interessi maggiormente la Medicina Generale) , ma nello stesso tempo la ricca bibliografia favorisce i più volenterosi o interessati dei miei 25 lettori. a selezionare quanto disponibile nello specifico campo.
Segnalo infine l’opportunità che l’autore offre alla Medicina Generale perché  dia un senso alle affermazioni: “ molte delle riospedalizzazione sono prevedibili”  o “ l’importanza di prevenire lo Scompenso Cardiaco…”; anche il sogno della “ Campagna dell’ospedale a casa” e la sfida dell’appropriatezza ci dovranno vedere protagonisti!
Buona lettura : a piccole dosi non fa così male! 
Enzo Pirrotta

Diuretici, Anti-Aldosteroni e Rimodellamento Ventricolare

Do Diuretics and Aldosterone Receptor
Antagonists Improve Ventricular Remodeling?
BERTRAM PITT, MD
Ann Arbor, Michigan
ABSTRACT
There is no evidence that loop diuretics improve ventricular remodeling in patients with heart
failure. Aldosterone receptor antagonists, which have an effect on natriuresis and diuresis,
especially in conjunction with an angiotensin converting enzyme–inhibitor, have been shown
to improve ventricular remodeling in patients with left ventricular systolic dysfunction. The
mechanisms for this beneficial effect and a reduction in death due to progressive heart failure
seen in the randomized aldosterone evaluation study (RALES) is likely related to the effect
of aldosterone receptor antagonism on myocardial collagen formation and ventricular
hypertrophy. Further proof of this hypothesis should be forthcoming from the results of the
Eplerenone Heart Failure Efficacy and Survival Study (EPHESUS) early in 2003 in which the
aldosterone receptor antagonist eplerenone is being evaluated in patients with systolic left
ventricular dysfunction post myocardial infarction.
Key Words: Left ventricular remodeling, diuretics, aldosterone receptor antagonist, myocardial
fibrosis, heart failure, myocardial infarction.
There is no evidence that diuretics improve ventricular
remodeling in patients with heart failure resulting from
systolic left ventricular dysfunction or those with an acute
myocardial infarction and systolic left ventricular dysfunction.
Sharp and colleagues have clearly demonstrated
that the loop diuretic furosemide failed to significantly
improve left ventricular remodeling in patients with an
acute myocardial infarction and systolic left ventricular
dysfunction in comparison to placebo.1 Patients randomized
to the angiotensin-converting enzyme (ACE) inhibitor
captopril in the same study were found to have a significant
improvement in left ventricular remodeling, as
assessed by echocardiography with a 1-year follow-up.
There is, however, increasing evidence to suggest that aldosterone
receptor antagonists are effective in preventing
ventricular remodeling both in patients with chronic heart
failure and those with acute myocardial infarction.
The Randomized Aldactone Evaluation Study
(RALES) showed that patients with severe heart failure
(New York Heart Association class IV within the past 6
months before randomization) treated with standard
therapy including an ACE inhibitor, loop diuretic,
digoxin, and/or a -adrenergic receptor blocking agent
who were randomized to the aldosterone receptor antagonist
spironolactone had a 30% improvement in
all-cause mortality in comparison to placebo (P < .001).2
This reduction in mortality was the result of both a
reduction in death from progressive heart failure and
sudden cardiac death. There was also a significant 35%
reduction in hospitalization for heart failure.
Spironolactone by blocking the aldosterone receptor
promotes natriuresis and retains potassium. Recent experimental
studies suggest that the combination of an
aldosterone receptor antagonists and an ACE inhibitor is
more effective in causing natriuresis than either is alone.3
It is, however, unlikely that the significant reduction in
mortality and morbidity seen with spironolactone in the
RALES trial can be attributed to a natriuretic effect. First,
as mentioned previously, loop diuretics do not affect left
ventricular remodeling,1 which is known to be an important
predictor of survival in patients with heart failure
From the University of Michigan School of Medicine, Ann Arbor
Michigan
Reprint requests: Bertram Pitt, MD, 1500 E. Medical Center Drive,
3910 Taubman Center, Ann Arbor, MI 48109-0366
Copyright 2002, Elsevier Science (USA). All rights reserved.
1071-9164/02/0806-0049$35.00/0
doi:10.1054/jcaf.2002.130014
Journal of Cardiac Failure Vol. 8 No. 6 Suppl. 2002
S491
resulting from systolic left ventricular dysfunction. Second,
patients in the RALES trial were on a loop diuretic,
and investigators were free to vary the dose of the loop
diuretic in both the placebo and spironolactone arms.2
Third, there was no significant improvement in the
sodium retention score, a clinical composite score reflecting
volume overload,4 between patients randomized
to spironolactone or placebo. Patients in New York Heart
Association Class IV had a significant increase in their
sodium retention score in comparison to those in class III
independent of randomization to placebo or spironolactone.
Although there was no direct measurement of left
ventricular remodeling in RALES it is likely that an
improvement in ventricular remodeling occurred and
was to a large degree responsible for or associated with
the improvement in survival.
Indirect evidence for an improvement in left ventricular
remodeling in RALES comes from a substudy of collagen
formation by Zannad and colleagues.5 In this study
it was found that patients with an elevation of procollagen
I and III, markers of ongoing collagen formation,
had a significant increase in mortality. Elevation of
pro-collagen I and III were strong independent markers
of mortality. Patients randomized to spironolactone had a
significant reduction in both pro-collagen I and III in comparison
to patients randomized to placebo. In patients with
an elevation of pro-collagen III at baseline spironolactone
significantly reduced pro-collagen III levels and increased
survival whereas, in those without an elevation of procollagen
III, spironolactone did not significantly reduce
pro-collagen III or mortality.
Spironolactone has been shown to prevent experimental
myocardial and perivascular fibrosis induced by
aldosterone.6,7 MacFayden and colleagues have shown
that spironolactone decreases collagen formation in patients
with mild to moderate heart failure, as reflected by
a decrease in pro-collagen III.8 Tsutamoto has demonstrated
an improvement in left ventricular volume and
ejection fraction in patients with chronic heart failure
treated with spironolactone.9 Myocardial fibrosis is
strongly correlated with left ventricular diastolic function.
10 It is therefore not surprising that spironolactone
has been shown to significantly improve left ventricular
diastolic function as reflected by a change in the echocardiographic
E/A ratio.11
Aldosterone has also been associated with an increase
in left ventricular mass. In patients with essential hypertension,
there is a significant correlation between serum
aldosterone levels and left ventricular mass.12 Conversely,
aldosterone receptor antagonism with spironolactone
has been shown to significantly reduce left
ventricular mass in patients with hypertension.13
The mechanisms associated with the effect of aldosterone
on myocardial fibrosis and hypertrophy are not
entirely clear. However, there are data to suggest that
aldosterone administration is associated with an increase
in transforming growth factor- (TGF- ) and renal
fibrosis.14 Aldosterone has been suggested to cause
microvascular inflammation and damage through activation
of osteopontin and other signaling molecules.15 This
microvascular inflammation and damage is thought to
result in myocardial and perivascular fibrosis. Recently
aldosterone has been suggested to be a hydroxyl radical
generator.16 In the stroke-prone hypertensive rat treated
with 1% sodium chloride and the ACE inhibitor lisinopril,
aldosterone causes significant renal tubular damage
and fibrosis. In this model dimethylthiourea, a hydroxyl
radical inhibitor, significantly reduces renal protein excretion
and fibrosis at a dose that has no significant effect
on systemic blood pressure. Aldosterone has also been
known to stimulate the NF- and activator protein-1
(AP-1) signaling pathways,17 which are known to be
associated with activation of various adhesion molecules
such as MCP-1, ICAM, and VCAM. It can therefore be
postulated that aldosterone, by stimulating the production
of oxygen-free radicals and the NF- and AP-1
signaling pathways, can cause microvascular inflammation,
vascular damage, and subsequent myocardial fibrosis.
The effects of aldosterone on left ventricular hypertrophy
appear to be independent of its effects on
myocardial fibrosis and may be related to an effect on
intracellular calcium concentration.18
In view of the beneficial effects of the aldosterone
receptor antagonist spironolactone on mortality and morbidity
in patients with severe heart failure resulting from
systolic left ventricular dysfunction, the Eplerenone
Heart Failure Efficacy and Survival Study (Ephesus) has
been undertaken to examine the effects of the specific
aldosterone receptor antagonist eplerenone in patients
with acute myocardial infarction and systolic left ventricular
dysfunction.19 Eplerenone appears to have
mineralocorticoid-blocking properties similar to that of
spironolactone but more specifically to block the aldosterone
receptor with less binding to androgen and prostagen
receptors,20 therefore potentially reducing the
incidence of gynecomastia, breast pain, menstrual irregularities,
and libido changes associated with spironolactone.
The Ephesus trial will randomize 6,200 patients
with acute myocardial infarction between day 3 and 14
after myocardial infarction to eplerenone or placebo.
Patients can be treated with standard therapy including
thrombolysis, direct percutaneous transluminal coronary
angioplasty (PTCA), ACE inhibitors, -receptor blocking
agents, aspirin, and a statin. The endpoints of this trial are
all-cause mortality and the combination of cardiovascular
mortality and hospitalization. The trial is endpoint-driven
and will continue until 1,012 deaths. The results are
expected in 2003. It is postulated that the aldosterone
receptor antagonist eplerenone will prevent ventricular
remodeling, reduce death resulting from progressive
S492 Journal of Cardiac Failure Vol. 8 No. 6 Suppl. 2002
heart failure and sudden cardiac death, reduce reocclusion
and reinfarction, and improve endothelial function
and progression of atherosclerosis. Initial support for this
hypothesis can be seen in a small randomized study of the
aldosterone receptor antagonist canrenoate that resulted
in a significant reduction in ventricular volume and
collagen formation after myocardial infarction.21
Although some of the mechanisms associated with the
beneficial effects of aldosterone antagonism have been
elucidated, our understanding remains incomplete. The
challenge to basic science is to further elucidate the
mechanisms by which aldosterone receptor antagonists
prevent ventricular remodeling and ventricular hypertrophy.
The challenge to clinical investigation is to extend
the benefits demonstrated with aldosterone receptor antagonists
in the RALES trial to a wider variety of
cardiovascular diseases, including patients with mild to
moderate heart failure resulting from systolic left ventricular
dysfunction, diastolic heart failure, essential
hypertension, and systolic hypertension.
References
1. Sharpe N, Murphy J, Smith H, Hannan S: Treatment of
patients with symptomless left ventricular dysfunction after
myocardial infarction. Lancet 1988;1(8580):255–259
2. Pitt B, Zannad F, Remme W, Cody R, Castaigne A, Perez
A, Palensky J, Wittes J: The effect of spironolactone on
morbidity and mortality in patients with severe heart
failure. New Engl J Med 1999;341:709–717
3. Bauersachs J, Fraccarollo D, Ertl G, Fretz N, Wehling M,
Christ M: Stricking increase of natriuresis by low-dose
spironolactone in congestive heart failure only in combination
with ACE inhibitor: mechanistic evidence to support
RALES. Circulation 2000;102:2325–2328
4. Cody RJ: The need for a sodium retention score in clinical
trials of heart failure. Clin Pharmacol Ther 1993;54:7–10
5. Zannad F, Alla F, Dousset B, Perez A, Pitt B: Limitation
of excessive extracellular matrix turnover may contribute
to survival benefit of spironolactone therapy in patients
with congestive heart failure: insight from the randomized
aldactone evaluation study (RALES). Circulation 2000;
102:2700–2706
6. Brilla C, Pick R, Tan L, Janicki,Weber K: Remodeling of
the right and left ventricles in experimental hypertension.
Cir Res 1990;67:1355–1364
7. Brilla C, Weber KT: Reactive and reparative myocardial
fibrosis in arterial hypertension in the rat. Cardiovasc Res
1992;26:671–677
8. MacFayden FJ, Barr CS, StruthersAD:Aldosterone blockade
reduces vascular collagen turnover, improves heart rate
variability and reduces early morning rise in heart rate in
heart failure patients. Cardiovasc Res 1997;35:30–34
9. Tsutamoto T, Wada A, Maeda K, Mabuchi N, Hayashi M,
Tsutsui T, Ohnishi M, Sawaki M, Fujii M, Matsumoto T,
Matsui T, Kinoshita M: Effect of spironolactone on
plasma brain natriuretic peptide and left ventricular remodeling
in patients with congestive heart failure. J Am
Coll Cardiol 2001;37(5):1228–1233
10. Sugihara N, Genda A, Shimizu M, Suematsu T, Kita Y,
Minamoto M, Kawagoshi H, Umeda K, Chin S, Takeda
R: Diastolic dysfunction and its relation to myocardial
fibrosis in essential hypertension. Clin Cardiol 1998;11:
771–778
11. Robledo GA, Charria DJ: Rôle de la spironolactone dans
le traitement de l’hypertension artérielle: effets sur la
fonction diastolique du ventricule gauche et sur la structure
cardiaque. Réalités Cardiologiques 1996;99:1–5
12. Schlaich, MP, Schobel HP, Hilgers K, Schmieder RE:
Impact of aldosterone on left ventricular structure and
function in young normotensive and mildly hypertensive
subjects. Am J Cardiol 2000;85:1199–1206
13. Hiltgen M, Gallet B, Capron MH: Régression sous
spironolactone de l’hypertrophie ventriuclaire gauche
dans l’hypertension artérielle modéréé à moyene: etude
échocardiographique de 125 cas. Réalités Cardiologiques
1995;73:1–8
14. Sun Y, Zhang J, Zhang JQ, Ramires JA: Local angiotensin
II and transforming growth factor-1 in renal fibrosis of
rats. Hypertension 2000;35:1078–1084
15. Blasi ER, Frierdrich GE, De Ciechi PA, Coughenour MA,
Amy RE, McMahon EG, Rocha R: Aldosterone/saltinduced
myocardial injury: a vascular inflammatory disease.
Am J Hyper 2001;14:8A–9A
16. Stier Jr C, Zuckerman A, Harashima H, Chander P:
Antioxidants reduce aldosterone-induced renal vascular
injury in stroke-prone spontaneously hypertensive rats.
Proceedings of the 18th Scientific Meeting of the International
Society of Hypertension; 2000 Aug 20-24; Chicago,
Illinois.
17. Fiebeler A, Schmidt F, Muller DN, Park JK, Dechend R,
Bieringer M, Shagdarsuren E, Breu V, Haller H, Luft F:
Mineralocorticoid receptor affects AP-1 and nuclear
factor- B activation in angiotensin II-induced cardiac
injury. Hypertension 2001;37:787–793
18. Benitah JP: Aldosterone upregulates CA2 current in
adult rat cardiomyocytes. Cir Res 1999;85:1139–1145
19. Pitt B,Williams G, RemmeW, Martinez F, Lopez-Sendon
J, Zannad F, Neaton J, Roniker B, Hurley S, Burns D,
Bittman R, Kleiman J: The EPHESUS Trial: eplerenone
in patients with heart failure due to systolic dysfunction
complicating acute myocardial infarction. Cardiovasc
Drug Ther 2001;15:79–87
20. De Gasparo M, Joss U, Ramjoue H, Whitebread SE,
Haenni H, Schenkel L, Kraehenbuehl C, Biollaz M, Grob
J, Schmidin J: Three new epoxy-spironolactone derivatives:
characterization in vivo and in vitro. J Pharmacol
Exp Ther 1987;240:650–656
21. Modena MG, Aveta P, Menozzi A, Rossi R: Aldosterone
inhibition limits collagen synthesis and progressive left
ventricular enlargement after anterior myocardial infarction.
Am Heart J 2001;141:41–46
Ventricular remodeling O Bertram Pitt S493

Acidità e Tumori

Combattere l'acidità per sconfiggere il tumore
Sono cinque oggi i trial clinici basati su un'alternativa alla chemioterapia. Sono stati presentati (settembre 2010) infatti, all'Istituto Superiore di Sanità durante il Primo Simposio Internazionale tenutosi a settembre 2010  tutti gli studi su cui sta puntando l' "International Society for Proton Dynamics in Cancer" (ISPDC) che utilizzano nuove strategie antitumorali. "L'obiettivo - spiega Stefano Fais, del Dipartimento del Farmaco dell'Istituto Superiore di Sanità - è quello di colpire soltanto il target molecolare che causa il tumore, per evitare gli effetti collaterali frequenti nelle terapie tradizionali utilizzando inibitori della pompa protonica per inibire la crescita della massa tumorale ".
Questi studi sono partiti dalla considerazione che l'acidità è una caratteristica del microambiente tumorale tanto che le cellule normali ai livelli di acidità nei quali normalmente cresce il tumore muoiono. Queste condizioni si creano progressivamente durante la crescita del tumore, con un iniziale accumulo di acido lattico, dovuto al metabolismo tumorale, e la successiva selezione di cellule che per sopportare l'incremento dell'acidità fanno iperfunzionare delle pompe cellulari che eliminano protoni all'esterno della cellula. Tradotto in altri termini, si tenterà di sconfiggere il tumore eliminando l’acidità dell’organismo, in particolare della parte aggredita dal tumore, in quanto è stato provato che rendendo basico l’ambiente dove la neoplasia si sta sviluppando, usando quindi per esempio il bicarbonato di sodio, vengono inibite le metastasi.
Le sperimentazioni sono attuate a Milano (Istituto dei Tumori), Siena (Università), Bologna (Gruppo italiano dei sarcomi), Shangai (Fudan University). A Tokyo il prof. Kusuzaki, del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Edobashi, usa l’arancio di acridina per combattere i sarcomi. Le molecole d’arancio di acridina si concentrano negli organuli acidi e, in seguito a uno stimolo elettromagnetico (raggi x) si trasformano in un composto altamente tossico (alcalino) per le cellule tumorali, e innocuo per i tessuti normali. Infine il professor Robert Gatenby, del Dipartimento di oncologia integrata al Cancer Center di Tampa (Florida), somministra il bicarbonato di sodio anche per bocca.  Tutte queste terapie sono basate sull'utilizzo di farmaci che usano l'acidità tumorale come target o inibendo i meccanismi che la causano (inibitori di pompa protonica) o semplicemente tamponando (bicarbonato) o cambiando il loro stato una volta concentrati all'interno dei tumori (arancio di acridina).
Le speranze si basano sull’evidenza che l’acidità è una caratteristica del microambiente tumorale tanto che le cellule normali muoiono a livelli di acidità in cui normalmente cresce il tumore. Queste condizioni di iperacidità si creano progressivamente con la crescita del tumore, con un iniziale accumulo di acido lattico, dovuto al metabolismo tumorale. La successiva selezione di cellule che resistono all’incremento dell’acidità provoca un iperfunzionamento delle pompe protoniche. 
In conclusione, inibendo il funzionamento delle pompe protoniche, si inibisce lo sviluppo del tumore. "I risultati sono estremamente incoraggianti  - conclude Fais - ma devono essere confermati su un numero più ampio di pazienti".
Controllando la letteratura scientifica al riguardo si trovano lavori molto interessanti, come per esempio, “Bicarbonate Increases Tumor pH and Inhibits spoantaneous Metastases” (Il bicarbonato aumenta il pH e inibisce le metastasi spontanee, Cancer Res 2009; 69. March 15, 2009). Rivista prestigiosa, lavoro firmato da 11 autori appartenenti alle Università dell’Arizona, del Michigan e del già ricordato Centro di Tampa, in Florida. Il lavoro riporta 46 citazioni di lavori usciti negli ultimi 10 anni, a dimostrazione dell’attualità e dell’importanza dell’argomento. Della lotta all’acidità, se ne è occupata anche Nature, una delle più autorevoli pubblicazioni scientifiche. L’efficacia del bicarbonato di sodio nella lotta a certe forme tumorali sembra quindi accertata.

domenica 5 febbraio 2012

Schettino Crash

Schettino crash. Diciamo che prima della partenza il Comandante si sia dato da fare con la sua amica. Come molti uomini può aver preso qualcosa. Si sa che viagra e cialis aumentano l'aggressività infatti sono doping per calciatori e cavalli. E le truppe di Gheddafi li usavano per aumentare l'aggressività. Potrebbe essere il motivo di un modo di comportarsi anomalo in un comandante più che esperto ma con la passione di accostare e forse un forte super ego.