E' un gran privilegio aver vissuto una vita difficile. Ci sono cose più straordinarie di altre e io sono una di queste.
EUROFLAG TODAY
domenica 22 gennaio 2012
FARMACI GENERICI, MEDICI, PAZIENTI.
1) esistono generici e generici 2) è pericoloso che il Paziente assuma farmaci generici "diversi" tra loro durante la terapia (vedi lavori scientifici su Coumadin e Enapren e l'esperienza clinica che i Medici hanno e non i Farmacologi; non si può delegare il Potere di cura ai Farmacisti, ai Grossisti e a un altro interesse commerciale oltre i già noti. Se Garattini vuole come me fare l'interesse del Paziente, trovi il modo per proporre un sistema che non sia una giungla come ora. Esempio: se il SSN è regionale non si potrebbe fare un "generico" per principio attivo (un solo enalapril o carvedilolo) con un solo produttore con un prodotto di qualità certificata e prezzo equo ? Troppo complicato? Basterebbe fare l'occhio clinico per l'uso di un prodotto che deve essere bio-equivalente tra l'80% e il 120% del riferimento ma io non posso sapere qual'è la bio-equivalenza di cosa il Paziente sta per prendere o prenderà.
Cancro e Malattie Cardiovascolari
è vero che il cancro è la vera emergenza. Ma le malattie cardiovascolari pure. Solo che abbiamo sviluppato strategie terapeutiche che hanno allungato la vita.
Però malgrado tutto io vedo malattie coronariche devastanti in persone giovani, donne e senza fattori di rischio comuni.
Hamer nella sua follia trovava una relazione "psico-dinamica". Potrà essere strano ma non errato.
La crescita della placca e la sua instabilizzazione, fenomeni trombotici acuti inverosimili in un distretto arterioso e in coronarie o carotidi a pareti "non incrostate" sono un "fenomeno" ora sempre più visibile. Studi ne abbiamo su tanti fattori infiammatori ma deve essere un sintomo non la malattia.
Insomma in un mondo con atmosfera, cibi, abitudini "ossidanti" occorre porsi il problema che se la Vit E non funziona in prevenzione primaria deve essere perché è "non abbastanza". Così l'ASA che può agire sull'infiammazione ma non credo la prevenga.
In più io credo, da letture ma da esperienza di tanti casi clinici di medici e mia che il ruolo di effetti psicologici conti. Non intendo ovviamente una Persona che in preda alla collera becca "l'ictus emorragico da crisi ipertensiva" o la "morte aritmica". Ma chi sotto stress, umiliazioni, dolore, anaffettività ambientale in un contesto di inquinamento atmosfericoe/o fumo, dieta ossidante etc si fa gravi malattie coronariche, placche instabili, trombosi coronariche etc.
Del resto ricordo il grido di allarme di Demetrio Sodi Pallares sullo stile di vita "depolarizzante". L'antico Maestro Cardiologo napoletano Federico Marsico, genero di Sodi Pallares, ricordava che quando invitava il suocero nella villa di Capri, il Maestro tra il serio e il faceto, diceva che la dieta mediterranea ma "per ospiti importanti" lo stava facendo "depolarizzare"
lunedì 16 gennaio 2012
La dipendenza affettiva
Articoli Disagio psicologico La dipendenza affettiva
La dipendenza affettiva o se si preferisce "tormento d'amore", "ossessione d'amore", "amare troppo" è un vero e proprio disagio a proposito del quale non sono ancora stati elaborati degli attendibili criteri diagnostici che lo distinguano da ciò che comunemente chiamiamo "amore" (anche se si sviluppa attraverso uno schema molto simile a quello di tutte le altre dipendenze: alcool, droga, cibo etc). Si può dire che la dipendenza affettiva è il vero nemico dell'amore. Chi ama troppo è ossessionato dall'altro e chiama questa ossessione amore. Si tende erroneamente a misurare il grado del proprio attaccamento all'altro dalla profondità del proprio tormento. Il dipendente affettivo non si sente libero di amare una persona per quella che è veramente e, nello stesso tempo, non è in grado di farsi amare per quella che è la sua vera natura. Il rapporto d'amore non viene vissuto davvero, si sta insieme all'altra persona per colmare le proprie paure, i propri bisogni.
Il risultato è contrario a ciò che ci si aspettava: le paure si amplificano e sempre più intensa diviene la tendenza ad offrirsi all'altro.
Raramente se ne prende coscienza. Si assiste ad un unico scenario che si ripeterà continuamente allo stesso modo e nel quale i protagonisti sembrano avere lo stesso ruolo per tutta la durata della relazione. Il copione è sempre lo stesso: si sente di contare qualcosa solo se si è all'interno di un rapporto di coppia. Si è portati a giustificare i tradimenti del partner, la sua indifferenza o aggressività, addossandosi la colpa dei suoi comportamenti e non ritenendosi sufficientemente amabili. Ci si annulla dedicandosi all'altro e cercando di cambiare la persona amata (senza riuscirci) perché diventi somigliante a ciò che si vorrebbe che fosse. Ci si nasconde dietro una falsa immagine e si fa di tutto per conservarla.
Quando si è innamorati, invece, ci si toglie di dosso qualsiasi maschera. Si vive un piacere intenso al solo sguardo dell'altro e un dolore profondo e destabilizzante se l'altro non c'è o si teme che non ricambi l'amore. L'innamoramento però è solo una fase del rapporto, un periodo che lascerà il posto ad ulteriori evoluzioni della relazione: possiamo dire in sostanza che, mentre innamoramento e amore vero sono fenomeni in continuo movimento, che costantemente evolvono e mutano, la dipendenza affettiva è uno stato di immobilità, una condizione che non fa crescere il rapporto.
L'interesse per questo tipo di dipendenza ha preso vita solo da poco tempo, da quando i ruoli nel rapporto di coppia sono diventati meno definiti e la ricerca dell'intimità è diventata essenziale.
Quando la propria serenità, la fiducia nel proprio valore, hanno origine unicamente dal giudizio e dallo stato d'animo dell'altro, quando si vivono gelosie ingiustificate (con comportamenti come il controllare il telefonino o l'agenda del partner, seguirlo, etc) e si pensa ossessivamente al partner dimenticandosi di sé, dei propri interessi forse si sta già amando troppo. Il "dipendente affettivo" non riesce a rimanere solo: sentimenti angoscianti come un senso di vuoto e di smarrimento potrebbero travolgerlo nei momenti di separazione così come l'impressione di poter morire a causa dell'assenza del partner. Inoltre sentimenti di odio, apparentemente senza motivo, sono seguiti dal desiderio di essere puniti, si è predisposti a svalutare i sentimenti e si ha molta paura a mostrarsi per quello che si è.
Comuni sono anche il timore di essere esclusi, annullati e il continuo oscillare tra desiderio e la paura di "essere vicini" al partner.
L'ansia predomina lo scenario della dipendenza.
La dipendenza affettiva, così come la maggior parte dei disagi psichici, trova le sue origini nei propri vissuti infantili. Esperienze di abbandono, violenze fisiche e psichiche lasciano un segno doloroso e possono predisporre la persona a "tormentarsi d'amore" nella vita adulta. Per lo più si tratta di bambine (questo tipo di dipendenza ha connotazioni tipicamente femminili) costrette a diventare adulte prima del tempo, obbligate per forza di cose, ad occuparsi del genitore o dei fratelli. Bimbe buone e brave, angioletti che hanno imparato presto a cucinare, a fare le pulizie, andare bene a scuola. Quando si diventa "grandi" si sente l'esigenza di continuare a salvare le persone care ripetendo un copione familiare. Inoltre non è da sottovalutare l'influenza di fattori storici e sociali che hanno imposto alla donna la devozione amorosa come massima virtù. La devozione amorosa non riguarda solamente il partner ma anche il proprio genitore, i propri figli. Per la donna queste sono persone da amare in modo assoluto, cioè in virtù di un vero e proprio annullamento di sé. Senza questo "dedicarsi" al bene altrui e senza questo rendersi "amabile", una donna semplicemente non si sente donna: se un uomo la rifiuta non solo si sente brutta o non desiderabile, ma non si sente affatto donna.
Di solito sono donne innamorate di un uomo sposato, di una persona già impegnata, vivono nella perenne speranza che lui ritagli un po' di tempo per loro e addirittura lasci la propria donna. Speranza, questa, alimentata dalle ricorrenti promesse di lui. Sono spesso compagne di alcolisti o tossicodipendenti, mogli vittime di violenze fisiche e psicologiche, ma anche innamorate silenti del capoufficio da cui si lasciano maltrattare pur di sentirsi importanti. Donne abituate a considerarsi fragili, dipendenti, bisognose di protezione e di un punto di riferimento. Le donne che amano troppo hanno la vocazione a sopportare qualsiasi mancanza di rispetto da parte dell'innamorato purchè le rassicuri e, per evitare che lui fugga, si adatteranno a fare da infermiera, da mamma, confidente etc. Donne indebolite da una scarsa fiducia in loro stesse, con alla base una predominante sensazione di non poter vivere senza l'uomo che amano e che sentono di contare qualcosa solo nel ruolo di sofferenti salvatrici.
E' frequente che cerchino di manipolare il partner per cercare di farlo cambiare. Hanno la tendenza ad attribuire la responsabilità della propria sofferenza al fato e non a loro stesse.
Nonostante il fenomeno dell'"amare troppo" sia tipicamente femminile, anche gli uomini possono soffrire la dipendenza affettiva, vivendo angosce che hanno origine nell'infanzia e nutrendo una scarsa considerazione di sé (proprio come le donne che amano troppo).
L'uomo, più della donna, tende ad alleviare queste sofferenze investendo gran parte delle energie nel lavoro, impegnandosi in hobby e sport, cercando, in definitiva, delle risposte "al di fuori di sé" più che "dentro di sé".
Le persone che amano troppo associano se stessi all'identità della persona amata. Si sviluppa una grande paura per ogni cambiamento, si tende infatti a soffocare lo sviluppo delle capacità individuali e ogni interesse che vada al di là del partner. Ci si disabitua a pensare a sé, alla proprie passioni, ad una creatività che non si sa nemmeno di possedere. Si diviene ossessionati da aspettative irrealistiche e ci si convince che, operando a favore del compagno, si metterà al sicuro il rapporto. Vissuti deludenti e risentimento saranno sufficienti a rendere inefficace un simile progetto. Si corre il rischio di cercare uomini solo per riempire grandi vuoti interiori. Non è possibile costruire una relazione con l'altro se prima non si stabilisce una relazione con se stessi. Quando si ama troppo non si sta amando veramente, le conseguenze della paura e della dipendenza, tipiche della persona tormentata d'amore, sono incompatibili con l'amore autentico.
Spesso accanto ad una donna "salvatrice" c'è un uomo che non si prende le responsabilità, accanto ad una donna che è stata abbandonata da piccola, può esserci un uomo che la trascura e la tratta male. E, altrettanto spesso, il compagno della donna "affettivamente dipendente" soffre a sua volta di qualche tipo di dipendenza o disagio. Guardandola in questo modo si può dire che anche l'uomo della "donna tormentata d'amore" soffre, non è in grado di vivere un amore maturo e ripete egli stesso un copione che non gli permetterà di realizzare appieno se stesso all'interno di una coppia. Generalmente sono uomini incapaci di esprimere affetto.
Chi ama troppo ha la pretesa di manipolare il partner, tentando di cambiarlo, sente il bisogno di intervenire modificando la realtà e ha grandi difficoltà ad accettare l'altro per quello che è. Tenendo sotto controllo l'altro, si pensa erroneamente di controllare anche i propri sentimenti. Prendere coscienza di questo proprio atteggiamento vuol dire già fare un grosso passo avanti. Se la dipendenza affettiva spinge a controllare l'altro, la prima cosa da fare è sicuramente stare fermi, non agire più quel controllo, ma cominciare ad accettare la realtà e soprattutto se stessi. Guardare la realtà e il proprio uomo per come sono, aiuta sicuramente a prendere delle decisioni sane e costruttive. Ma non è facile. Nel momento in cui il disagio e la sofferenza diventano troppo pesanti, tanto da compromettere seriamente la vita quotidiana, è bene rivolgersi ad uno psicoterapeuta di fiducia che aiuterà a prendere più consapevolezza della propria situazione. L'obiettivo del processo terapeutico è rappresentato dall'acquisizione di consapevolezza, scoprire la propria fragilità può trasformarsi in una forza che permetterà di avere una più chiara visione della realtà e di conseguenza la capacità di migliorare la propria vita.
Forse l'atteggiamento più costruttivo è quello di condividere i propri vissuti e confidarsi reciprocamente le esperienze che, in qualche modo, hanno sempre delle affinità. Ognuno di noi può aver attraversato un periodo di "dipendenza affettiva": la possibilità di uscirne e di creare in seguito rapporti più autentici risiede nella capacità di ognuno di prendere coscienza del problema e di evitare di incastrarsi in un circolo vizioso che potrebbe impedire ogni tipo di cambiamento dentro di sé. Il momento significativo che porta le persone che amano troppo a chiedere aiuto, è rappresentato dalla percezione del vuoto, dalla perdita di identità, dalla rabbia e dalla frustrazione di non vedere ricambiata la dedizione e il loro amore. Si sentono sole e si convincono che qualcosa non va, trovando, a volte, la spinta necessaria ad uscire dal circolo vizioso della dipendenza affettiva: in questo processo di acquisizione di consapevolezza il ruolo di amici e persone care può essere fondamentale.
Dottoressa Mariacandida Mazzilli
La dipendenza affettiva o se si preferisce "tormento d'amore", "ossessione d'amore", "amare troppo" è un vero e proprio disagio a proposito del quale non sono ancora stati elaborati degli attendibili criteri diagnostici che lo distinguano da ciò che comunemente chiamiamo "amore" (anche se si sviluppa attraverso uno schema molto simile a quello di tutte le altre dipendenze: alcool, droga, cibo etc). Si può dire che la dipendenza affettiva è il vero nemico dell'amore. Chi ama troppo è ossessionato dall'altro e chiama questa ossessione amore. Si tende erroneamente a misurare il grado del proprio attaccamento all'altro dalla profondità del proprio tormento. Il dipendente affettivo non si sente libero di amare una persona per quella che è veramente e, nello stesso tempo, non è in grado di farsi amare per quella che è la sua vera natura. Il rapporto d'amore non viene vissuto davvero, si sta insieme all'altra persona per colmare le proprie paure, i propri bisogni.
Il risultato è contrario a ciò che ci si aspettava: le paure si amplificano e sempre più intensa diviene la tendenza ad offrirsi all'altro.
Raramente se ne prende coscienza. Si assiste ad un unico scenario che si ripeterà continuamente allo stesso modo e nel quale i protagonisti sembrano avere lo stesso ruolo per tutta la durata della relazione. Il copione è sempre lo stesso: si sente di contare qualcosa solo se si è all'interno di un rapporto di coppia. Si è portati a giustificare i tradimenti del partner, la sua indifferenza o aggressività, addossandosi la colpa dei suoi comportamenti e non ritenendosi sufficientemente amabili. Ci si annulla dedicandosi all'altro e cercando di cambiare la persona amata (senza riuscirci) perché diventi somigliante a ciò che si vorrebbe che fosse. Ci si nasconde dietro una falsa immagine e si fa di tutto per conservarla.
Quando si è innamorati, invece, ci si toglie di dosso qualsiasi maschera. Si vive un piacere intenso al solo sguardo dell'altro e un dolore profondo e destabilizzante se l'altro non c'è o si teme che non ricambi l'amore. L'innamoramento però è solo una fase del rapporto, un periodo che lascerà il posto ad ulteriori evoluzioni della relazione: possiamo dire in sostanza che, mentre innamoramento e amore vero sono fenomeni in continuo movimento, che costantemente evolvono e mutano, la dipendenza affettiva è uno stato di immobilità, una condizione che non fa crescere il rapporto.
L'interesse per questo tipo di dipendenza ha preso vita solo da poco tempo, da quando i ruoli nel rapporto di coppia sono diventati meno definiti e la ricerca dell'intimità è diventata essenziale.
Quando la propria serenità, la fiducia nel proprio valore, hanno origine unicamente dal giudizio e dallo stato d'animo dell'altro, quando si vivono gelosie ingiustificate (con comportamenti come il controllare il telefonino o l'agenda del partner, seguirlo, etc) e si pensa ossessivamente al partner dimenticandosi di sé, dei propri interessi forse si sta già amando troppo. Il "dipendente affettivo" non riesce a rimanere solo: sentimenti angoscianti come un senso di vuoto e di smarrimento potrebbero travolgerlo nei momenti di separazione così come l'impressione di poter morire a causa dell'assenza del partner. Inoltre sentimenti di odio, apparentemente senza motivo, sono seguiti dal desiderio di essere puniti, si è predisposti a svalutare i sentimenti e si ha molta paura a mostrarsi per quello che si è.
Comuni sono anche il timore di essere esclusi, annullati e il continuo oscillare tra desiderio e la paura di "essere vicini" al partner.
L'ansia predomina lo scenario della dipendenza.
La dipendenza affettiva, così come la maggior parte dei disagi psichici, trova le sue origini nei propri vissuti infantili. Esperienze di abbandono, violenze fisiche e psichiche lasciano un segno doloroso e possono predisporre la persona a "tormentarsi d'amore" nella vita adulta. Per lo più si tratta di bambine (questo tipo di dipendenza ha connotazioni tipicamente femminili) costrette a diventare adulte prima del tempo, obbligate per forza di cose, ad occuparsi del genitore o dei fratelli. Bimbe buone e brave, angioletti che hanno imparato presto a cucinare, a fare le pulizie, andare bene a scuola. Quando si diventa "grandi" si sente l'esigenza di continuare a salvare le persone care ripetendo un copione familiare. Inoltre non è da sottovalutare l'influenza di fattori storici e sociali che hanno imposto alla donna la devozione amorosa come massima virtù. La devozione amorosa non riguarda solamente il partner ma anche il proprio genitore, i propri figli. Per la donna queste sono persone da amare in modo assoluto, cioè in virtù di un vero e proprio annullamento di sé. Senza questo "dedicarsi" al bene altrui e senza questo rendersi "amabile", una donna semplicemente non si sente donna: se un uomo la rifiuta non solo si sente brutta o non desiderabile, ma non si sente affatto donna.
Di solito sono donne innamorate di un uomo sposato, di una persona già impegnata, vivono nella perenne speranza che lui ritagli un po' di tempo per loro e addirittura lasci la propria donna. Speranza, questa, alimentata dalle ricorrenti promesse di lui. Sono spesso compagne di alcolisti o tossicodipendenti, mogli vittime di violenze fisiche e psicologiche, ma anche innamorate silenti del capoufficio da cui si lasciano maltrattare pur di sentirsi importanti. Donne abituate a considerarsi fragili, dipendenti, bisognose di protezione e di un punto di riferimento. Le donne che amano troppo hanno la vocazione a sopportare qualsiasi mancanza di rispetto da parte dell'innamorato purchè le rassicuri e, per evitare che lui fugga, si adatteranno a fare da infermiera, da mamma, confidente etc. Donne indebolite da una scarsa fiducia in loro stesse, con alla base una predominante sensazione di non poter vivere senza l'uomo che amano e che sentono di contare qualcosa solo nel ruolo di sofferenti salvatrici.
E' frequente che cerchino di manipolare il partner per cercare di farlo cambiare. Hanno la tendenza ad attribuire la responsabilità della propria sofferenza al fato e non a loro stesse.
Nonostante il fenomeno dell'"amare troppo" sia tipicamente femminile, anche gli uomini possono soffrire la dipendenza affettiva, vivendo angosce che hanno origine nell'infanzia e nutrendo una scarsa considerazione di sé (proprio come le donne che amano troppo).
L'uomo, più della donna, tende ad alleviare queste sofferenze investendo gran parte delle energie nel lavoro, impegnandosi in hobby e sport, cercando, in definitiva, delle risposte "al di fuori di sé" più che "dentro di sé".
Le persone che amano troppo associano se stessi all'identità della persona amata. Si sviluppa una grande paura per ogni cambiamento, si tende infatti a soffocare lo sviluppo delle capacità individuali e ogni interesse che vada al di là del partner. Ci si disabitua a pensare a sé, alla proprie passioni, ad una creatività che non si sa nemmeno di possedere. Si diviene ossessionati da aspettative irrealistiche e ci si convince che, operando a favore del compagno, si metterà al sicuro il rapporto. Vissuti deludenti e risentimento saranno sufficienti a rendere inefficace un simile progetto. Si corre il rischio di cercare uomini solo per riempire grandi vuoti interiori. Non è possibile costruire una relazione con l'altro se prima non si stabilisce una relazione con se stessi. Quando si ama troppo non si sta amando veramente, le conseguenze della paura e della dipendenza, tipiche della persona tormentata d'amore, sono incompatibili con l'amore autentico.
Spesso accanto ad una donna "salvatrice" c'è un uomo che non si prende le responsabilità, accanto ad una donna che è stata abbandonata da piccola, può esserci un uomo che la trascura e la tratta male. E, altrettanto spesso, il compagno della donna "affettivamente dipendente" soffre a sua volta di qualche tipo di dipendenza o disagio. Guardandola in questo modo si può dire che anche l'uomo della "donna tormentata d'amore" soffre, non è in grado di vivere un amore maturo e ripete egli stesso un copione che non gli permetterà di realizzare appieno se stesso all'interno di una coppia. Generalmente sono uomini incapaci di esprimere affetto.
Chi ama troppo ha la pretesa di manipolare il partner, tentando di cambiarlo, sente il bisogno di intervenire modificando la realtà e ha grandi difficoltà ad accettare l'altro per quello che è. Tenendo sotto controllo l'altro, si pensa erroneamente di controllare anche i propri sentimenti. Prendere coscienza di questo proprio atteggiamento vuol dire già fare un grosso passo avanti. Se la dipendenza affettiva spinge a controllare l'altro, la prima cosa da fare è sicuramente stare fermi, non agire più quel controllo, ma cominciare ad accettare la realtà e soprattutto se stessi. Guardare la realtà e il proprio uomo per come sono, aiuta sicuramente a prendere delle decisioni sane e costruttive. Ma non è facile. Nel momento in cui il disagio e la sofferenza diventano troppo pesanti, tanto da compromettere seriamente la vita quotidiana, è bene rivolgersi ad uno psicoterapeuta di fiducia che aiuterà a prendere più consapevolezza della propria situazione. L'obiettivo del processo terapeutico è rappresentato dall'acquisizione di consapevolezza, scoprire la propria fragilità può trasformarsi in una forza che permetterà di avere una più chiara visione della realtà e di conseguenza la capacità di migliorare la propria vita.
Forse l'atteggiamento più costruttivo è quello di condividere i propri vissuti e confidarsi reciprocamente le esperienze che, in qualche modo, hanno sempre delle affinità. Ognuno di noi può aver attraversato un periodo di "dipendenza affettiva": la possibilità di uscirne e di creare in seguito rapporti più autentici risiede nella capacità di ognuno di prendere coscienza del problema e di evitare di incastrarsi in un circolo vizioso che potrebbe impedire ogni tipo di cambiamento dentro di sé. Il momento significativo che porta le persone che amano troppo a chiedere aiuto, è rappresentato dalla percezione del vuoto, dalla perdita di identità, dalla rabbia e dalla frustrazione di non vedere ricambiata la dedizione e il loro amore. Si sentono sole e si convincono che qualcosa non va, trovando, a volte, la spinta necessaria ad uscire dal circolo vizioso della dipendenza affettiva: in questo processo di acquisizione di consapevolezza il ruolo di amici e persone care può essere fondamentale.
Dottoressa Mariacandida Mazzilli
ASA in prevenzione primaria
Asa in prevenzione primaria, uno studio accende il dibattito
L'impiego dell'acido acetilsalicilico (Asa) in prevenzione primaria al fine di evitare eventi cardiaci o ictali, potrebbe essere più dannoso che benefico. Infatti - secondo una meta-analisi britannica di 9 trial per un totale di 102.261 pazienti seguiti per 6 anni - nonostante vi sia un'importante diminuzione del numero di infarti miocardici non fatali, non si registra una riduzione dei decessi cardiovascolari né della mortalità da cancro. Ma soprattutto è il rischio di sanguinamento interno ad apparire troppo elevato. Gli autori dello studio - appartenenti a varie strutture universitarie e ospedaliere del Regno Unito - ritengono pertanto che sia giustificato l'uso dell'Asa solo in prevenzione secondaria. «Se si trattano 73 persone per circa 6 anni, si avrà un episodio di sanguinamento non banale. Se si trattano circa 160 soggetti per lo stesso periodo di tempo, si riuscirà a prevenire un attacco di cuore che probabilmente non sarebbe stato in ogni caso fatale» ha dichiarato alla Bbc il ricercatore leader Kausik K. Ray, della St George's University di Londra. E' d'accordo anche Salvatore Novo, presidente della Società italiana di cardiologia (Sic) che sottolinea come «l'argomento sia assai controverso, perché la riduzione degli eventi cardio- e cerebro vascolari è bilanciata da un aumento delle emorragie cerebrali e gastrointestinali». «L'utilizzo dell'aspirina nella prevenzione secondaria delle malattie cardiovascolari» aggiunge il presidente Sic «è ormai concordemente accettato e non vi sono dubbi che gli effetti benefici in termini di riduzione di eventi ischemici cerebrali fatali e non fatali, Tia, Ima e angina pectoris superino di gran lunga i potenziali effetti collaterali dannosi. Non altrettante certezze esistono circa la prevenzione primaria degli eventi cardiovascolari». Il professor Novo perciò consiglia in conclusione «un approccio mirato a correggere i fattori di rischio principali e a raggiungere gli obiettivi terapeutici consigliati per il controllo del diabete, colesterolo e ipertensione che, come è noto, vengono raggiunti solo in una modesta parte della popolazione trattata. L'eliminazione del fumo, l'uso di statine e di Ace inibitori, dovrebbe essere prioritario, in prevenzione primaria, mentre l'aggiunta di aspirina andrebbe riservata a casi selezionati sulla base di una valutazione clinica individuale, in attesa dei risultati dei nuovi studi (ASPREE-ASCEND-ACCEPT-D) che, si spera, possano essere definitivamente chiarificatori».
Arch Intern Med, 2012 Jan 9
L'impiego dell'acido acetilsalicilico (Asa) in prevenzione primaria al fine di evitare eventi cardiaci o ictali, potrebbe essere più dannoso che benefico. Infatti - secondo una meta-analisi britannica di 9 trial per un totale di 102.261 pazienti seguiti per 6 anni - nonostante vi sia un'importante diminuzione del numero di infarti miocardici non fatali, non si registra una riduzione dei decessi cardiovascolari né della mortalità da cancro. Ma soprattutto è il rischio di sanguinamento interno ad apparire troppo elevato. Gli autori dello studio - appartenenti a varie strutture universitarie e ospedaliere del Regno Unito - ritengono pertanto che sia giustificato l'uso dell'Asa solo in prevenzione secondaria. «Se si trattano 73 persone per circa 6 anni, si avrà un episodio di sanguinamento non banale. Se si trattano circa 160 soggetti per lo stesso periodo di tempo, si riuscirà a prevenire un attacco di cuore che probabilmente non sarebbe stato in ogni caso fatale» ha dichiarato alla Bbc il ricercatore leader Kausik K. Ray, della St George's University di Londra. E' d'accordo anche Salvatore Novo, presidente della Società italiana di cardiologia (Sic) che sottolinea come «l'argomento sia assai controverso, perché la riduzione degli eventi cardio- e cerebro vascolari è bilanciata da un aumento delle emorragie cerebrali e gastrointestinali». «L'utilizzo dell'aspirina nella prevenzione secondaria delle malattie cardiovascolari» aggiunge il presidente Sic «è ormai concordemente accettato e non vi sono dubbi che gli effetti benefici in termini di riduzione di eventi ischemici cerebrali fatali e non fatali, Tia, Ima e angina pectoris superino di gran lunga i potenziali effetti collaterali dannosi. Non altrettante certezze esistono circa la prevenzione primaria degli eventi cardiovascolari». Il professor Novo perciò consiglia in conclusione «un approccio mirato a correggere i fattori di rischio principali e a raggiungere gli obiettivi terapeutici consigliati per il controllo del diabete, colesterolo e ipertensione che, come è noto, vengono raggiunti solo in una modesta parte della popolazione trattata. L'eliminazione del fumo, l'uso di statine e di Ace inibitori, dovrebbe essere prioritario, in prevenzione primaria, mentre l'aggiunta di aspirina andrebbe riservata a casi selezionati sulla base di una valutazione clinica individuale, in attesa dei risultati dei nuovi studi (ASPREE-ASCEND-ACCEPT-D) che, si spera, possano essere definitivamente chiarificatori».
Arch Intern Med, 2012 Jan 9
FARMACI GENERICI, EBM E MEDICINA CLINICA.
Pensiero.
Nel 1996 un editoriale del British Medical Journal intitolava "E' finita la libertà terapeutica?" con l'avvento delle linee guida. Purtroppo è stato solo l'inizio.
E del resto i "fans" dell'EBM e delle Guidelines non hanno neanche degnato di una critica il confronto con la medicina clinica fondata "anche" sulla nostra esperienza.
Il secolo dei Lumi e l'Ottocento ci hanno dato "La Salute sostituisce la Salvezza".
L'EBM e le Guidelines hanno sostituito la Salute. Col paradosso "economicamente corretto" che nello Scompenso la morte del Paziente ha il miglior rapporto costo-beneficio.Nel 1996 un editoriale del British Medical Journal intitolava "E' finita la libertà terapeutica?" con l'avvento delle linee guida. Purtroppo è stato solo l'inizio.
E del resto i "fans" dell'EBM e delle Guidelines non hanno neanche degnato di una critica il confronto con la medicina clinica fondata "anche" sulla nostra esperienza.
Il secolo dei Lumi e l'Ottocento ci hanno dato "La Salute sostituisce la Salvezza".
Ora noi Medici del Secolo Scorso dobbiamo convivere con i generici d'autore e quelli "fai da tè". Dobbiamo usare i farmaci secondo editti, leggine e veline. Dobbiamo scansare le trappole dei farmacisti e dei grossisti.
Applicando le normative sui Generici io posso essere "genericamente" equivalente a Alain Delon. Fareste il cambio?
domenica 20 novembre 2011
A proposito di Evidence-based Medicine e Pratica Clinica
Sono abbastanza vecchio da essere cresciuto nel mondo della Medicina Clinica e di essermi dovuto tuffare nell'Evidence-Based Medicine.
E tante volte ragionare per mettere insieme l'individualismo clinico di Odisseo e l'assolutismo scientifico di Odissea nello spazio.
Sicuramente conciliare i due mondi non è semplice e ragionare coi giovani medici formati ai quiz a risposta multipla e alle linee guida non è impresa da poco.
Credo che conoscere la Medicina sia impresa notevole e che non si può essere bravi
medici se soltanto empirici collezionisti di aneddoti ma anche solo formati alle Linee Guida e alle presentazioni Power-Point.
Porto con me tanti casi clinici e "pearls and pitfalls" cui sicuramente attinge il mio cervello pur sforzandomi di trovare se il mio Paziente è assimilabile o meno alle Linee Guida.
Insomma se l'Uomo è ciò che mangia il Buon Senso Clinico sta nel mettere insieme tutte le informazioni e le emozioni e farne il miglior uso possibile.
Opposizione, Posti di Governo, Markette e Dolore
Io sono stato sempre all'opposizione. Per eredità per censo per scopare tra potenti o fare le markette alla vecchia padrona o per leccare i piedi o fare la spia i posti di governo sono stati sempre occupati.
Anzi i potenti odiano e negano le persone intelligenti. Quindi gli intelligenti o via o devono contare meno di stupidi passa carte o di topi grassi che vivono dei resti.
A forza di prendere botte in testa per voler far bene e di non poter parlare neanche perché idioti hanno comprato o ereditato il diritto al monopolio del pensiero e dopo aver lottato pagando il prezzo più alto ora dovrei per non soffrire più non fare alcunché. Che è l'unico modo per non soffrire.
Però non sono ancora morto e i vecchi campioni spesso riservano grosse sorprese. E poi non mi arrendo. Mai.
Anzi i potenti odiano e negano le persone intelligenti. Quindi gli intelligenti o via o devono contare meno di stupidi passa carte o di topi grassi che vivono dei resti.
A forza di prendere botte in testa per voler far bene e di non poter parlare neanche perché idioti hanno comprato o ereditato il diritto al monopolio del pensiero e dopo aver lottato pagando il prezzo più alto ora dovrei per non soffrire più non fare alcunché. Che è l'unico modo per non soffrire.
Però non sono ancora morto e i vecchi campioni spesso riservano grosse sorprese. E poi non mi arrendo. Mai.
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